a lookey inside

il senso ottuso del mondo
giovedì, 25 settembre 2008

Brave Persone, di David Foster Wallace
dal New Yorker, 5 febbraio 2007

Dopo essermi ripreso da quel sentimento strano - desolazione, si direbbe forse o qualcosa di simile - mi sono detto che l'unico tributo sensato da offrire alla memoria di David Foster Wallace, morto impiccato con le sue mani, fosse leggerlo (o rileggerlo). Questo, quindi, non è un tributo. È una specie di rito funebre personale. A volte ho strane idee sulle cose - e una di queste è che l'elaborazione del lutto debba passare per qualche fatica. Una specie di fatica esteriore, visibile, che dia corpo, sostanza solida, alla fatica interiore che il lutto si porta dietro. O forse no, non è proprio così la teoria. La teoria è che la fatica - interiore ed esteriore - bisogna imporsela per fingere di dare un senso a certe cose. Del tipo: pensavi che la lucidità della mente e la creatività potessero trovare sempre un altro modo per reinventare la disperazione, per resistere - e invece no. Non sono un traduttore, né di professione né per hobby. Questa è la mia traduzione di un racconto breve di DFW, pubblicato sul New Yorker nel febbraio del 2007. Qui il racconto. Non mi sembra sia mai stato tradotto in italiano. La traduzione è una pratica violenta. Un'appropriazione illegittima. E io mi sono finto, ancora più illegittimamente, traduttore. Ci saranno sicuramente errori e imprecisioni e dubbi. Ci sono scelte necessariamente arbitrarie, cose combattute, incerte, modifiche e ripensamenti e nuove modifiche e nuovi ripensamenti. Ci sono scelte violente - o almeno a me sembrano così perché nessuno può sapere davvero il rispetto che ho provato per questo testo. Non ci sono note del traduttore, non sono un traduttore. Se non sapete che il Junior College non rilascia una vera e propria laurea, cercatelo su wikipedia. Altre cose, chissà (a cominciare dal titolo, ad es., dalla decisione di tradurre good in due modi diversi o dal fatto che la carpa non è proprio una carpa e tante altre cose). Ma forse è solo questa strana ossessione che mi è presa con questo racconto. Al tempo ci sono state reazioni diverse - anche stupide, io credo. Io penso che sia bellissimo. Tecnicamente, non mi sembra di avere i diritti per pubblicare questa traduzione. Ma è un rito funebre. Il racconto vero resta quello, a quel link, sul New Yorker. E se a qualcuno titolato questa cosa qui dà fastidio, la tolgo. Penso solo alla fatica incredibile che hanno fatto Martina Testa e Edoardo Nesi. Hanno tutta la mia ammirazione e il mio ringraziamento. E grazie anche a chi, capitato in chat nel momento sbagliato, si è sorbito qualche dubbio cruciale su una certa immagine, una certa espressione, un certo suono, un certo cambiamento nei tempi - o addirittura tutta l'intera cosa. Forse anche la teoria della fatica è finta. Forse questa è una punizione - tutto questo leggere e rileggere e tradurre e rileggere e combattere con una frase - una punizione autoinflitta per averci creduto e per far finta di riuscirci a credere di nuovo.             

             Erano su un tavolo da picnic in quel parco vicino al lago, vicino al bordo del lago, con parte di un albero abbattutto nella secca, mezzo nascosto dall’argine. Lane A. Dean, Jr. e la sua ragazza, entrambi in jeans e camicia. Sedevano sulla parte superiore del tavolo e avevano le scarpe sulla panchina su cui la gente sedeva ai picnic o alle riunioni della comunità, nei momenti spensierati. Erano andati a scuole superiori diverse, ma allo stesso Junior College e si erano conosciuti agli incontri di preghiera del campus. Era primavera e l’erba del parco era verdissima e l’aria intrisa di caprifoglio e pure di lilla, che era quasi troppo. C’erano le api, e l’angolo del sole faceva sembrare scura l’acqua della secca. C’erano stati più temporali quella settimana, con qualche albero abbattuto e il suono della motosega su e giù per la strada dei suoi genitori. Le loro posture sul tavolo da picnic sporgevano entrambe allo stesso modo, con le spalle arcuate e i gomiti sulle ginocchia. In questa posizione la ragazza dondolava leggermente e una volta si mise la faccia tra le mani, ma non stava piangendo. Lane era fermo e immobile e guardava oltre l’argine l’albero abbattutto nella secca e la palla di radici scoperte che andavano in tutte le direzioni e la nuvola di rami dell’albero mezza nell’acqua. L’unico altro individuo lì intorno era una dozzina di tavoli più in là, solo, dritto in piedi. E guardava il buco strappato nel terreno là dove l’albero era stato rimosso. Era ancora presto e tutte le ombre ruotavano verso destra e s’accorciavano. La ragazza indossava una vecchia camicia di cotone a scacchi, sottile, con bottoncini automatici color perla e le maniche lunghe abbassate, e aveva sempre un profumo molto buono, di pulito, come qualcuno di cui ti potevi fidare e che potevi avere a cuore anche se non eri innamorato. A Lane Dean era piaciuto subito il profumo di lei. Sua madre la chiamava coi piedi per terra e le piaceva, pensava che fosse una brava persona, si capiva - lo manifestava in piccoli modi. L’acqua della secca lambiva l’albero da più parti, quasi come i morsi di un bambino che sta mettendo i denti. A volte, quando era solo a pensare o a sforzarsi di affidare una questione a Gesù Cristo in preghiera, si ritrovava con il pugno nel palmo della mano e lo girava leggermente come se stesse ancora giocando, battendosi il guantone per rimanere lucido e in guardia al centro. Adesso non lo faceva; sarebbe stato crudele e irrispettoso farlo adesso. L’individuo più vecchio stava dietro al suo tavolo da picnic - era lì ma non era seduto - e sembrava pure fuori luogo in giacca e cravatta e con quel tipo di cappello da uomo che il nonno di Lane indossava nelle foto da giovane assicuratore. Sembrava che stesse guardando dall’altra parte del lago. Se si muoveva, Lane non lo vedeva. Sembrava più un quadro che un uomo. Non c’era nessun anatra in vista.
            Una cosa che Lane fece fu rassicurarla ancora che sarebbe andato con lei e sarebbe stato lì con lei. Era una delle poche cose sicure o oneste che poteva davvero dire. La seconda volta che glielo ripeté, adesso, lei scosse la testa e rise in un modo infelice che era più che altro aria che le usciva dal naso. La sua vera risata era diversa. Dove lui sarebbe stato era la sala d’attesa, disse lei. Che lui l’avrebbe pensata e sarebbe stato male per lei, lei lo sapeva, ma lui non poteva stare là dentro con lei. Questo era così ovviamente vero che lui si sentì uno sciocchino per aver continuato con quella storia e adesso lui sapeva cosa aveva pensato lei ogni volta che lui andava avanti a ripeterla - non le aveva dato alcun conforto né aveva alleggerito il peso, per niente. Peggio si sentiva e più sedeva fermo. Tutta quella cosa sembrava in equilibrio su un coltello o su una corda; se lui si muoveva per tirare su il braccio o per toccare lei, poteva rovesciarsi tutto. Si odiava per il fatto di rimanere seduto così congelato. Poteva quasi visualizzare se stesso mentre camminava in punta di piedi per superare qualcosa di esplosivo. Una grande, ridicola camminata in punta di piedi, come nei cartoni. Tutta la scorsa settimana nera era stata così ed era sbagliato. Lui sapeva che era sbagliato, sapeva che gli era richiesto qualcosa che non fosse questa terribile cautela congelata, ma faceva finta, tra sé, di non sapere cosa fosse che gli era richiesto. Faceva finta che non avesse un nome. Faceva finta che non dire ad alta voce quel che sapeva essere giusto e vero era per il bene di lei, per rispetto delle sue esigenze e dei suoi sentimenti. Oltre alla scuola, lui lavorava anche alla UPS, magazzino e smistamento, ma aveva fatto uno scambio per prendere quel giorno libero, dopo che avevano deciso insieme. Due giorni prima, si era svegliato molto presto e aveva provato a pregare ma non ci riusciva. Stava congelando sempre di più, si sentiva così, ma non aveva pensato a suo padre o al vuoto congelamento di suo padre, perfino in chiesa, che una volta l’aveva riempito di tanta pietà. Questa era la verità. Lane Dean, Jr. sentiva il sole su un braccio mentre si dipingeva in mente un’immagine di se stesso, su un treno, che faceva un saluto meccanico verso qualcosa che diventava sempre più piccolo mentre il treno s’allontanava. Suo padre e il padre di sua madre erano nati lo stesso giorno, Cancro. I capelli di Sheri erano di un colore quasi biondo grano, molto puliti, la pelle lungo la parte centrale era rosa alla luce del sole. Erano stati seduti qui così a lungo che solo la loro parte destra era in ombra adesso. Lui poteva vedere la testa di lei, ma non lei. Diverse parti di lui sembravano disconnesse tra loro. Lei era più sveglia di lui e lo sapevano entrambi. Non era solo la scuola - Lane Dean faceva contabilità d’impresa e andava bene; non avrebbe mollato. Lei aveva un anno in più, venti, ma c’era dell’altro - lei era sempre sembrata a Lane in buoni rapporti con la vita in un modo che l’età non bastava a spiegare. Sua madre l’aveva messa così: lei sapeva cos’è che voleva, cioè fare l’infermiera e non un facile corso al Peoria Junior College, e in più accompagnava i clienti ai tavoli da Embers e si era comprata la macchina. Era seria in un modo che a Lane piaceva. Aveva un cugino che era morto quando lei aveva tredici, quattordici anni, gli voleva bene ed erano molto vicini. Ne aveva parlato una volta sola. A lui piaceva l’odore di lei e e le sue braccia morbide e il modo in cui esclamava quando qualcosa la faceva ridere. Gli era piaciuto semplicemente stare con lei e parlare con lei. Lei era seria riguardo alla propria fede e ai propri valori in un modo che a Lane era sempre piaciuto e di cui adesso, seduto qui con lei sopra il tavolo, scopriva di essere spaventato. Questa era una cosa orribile. Stava cominciando a credere che forse non era serio riguardo alla propria fede. Forse era un po’ ipocrita, come gli Assiri in Isaia, cosa che sarebbe stata un peccato assai più grave dell’appuntamento - aveva deciso di credere così. Moriva dalla voglia di essere una brava persona, di essere ancora capace di sentirsi buono. Raramente prima di adesso aveva pensato alla dannazione o all’Inferno - quella parte non parlava al suo spirito - e durante la liturgia più che altro staccava la spina e tollerava l’Inferno quando veniva fuori, allo stesso modo in cui tolleri il lavoro che devi fare per risparmiare per le cose che vuoi. Le scarpe di lei avevano delle piccole cose scarabocchiate sopra, di quando sedeva a lezione. Stava così con gli occhi bassi. Piccole note o cose da leggere per casa, con la Bic, nella sua grafia ordinata e rotonda, sulle porzioni di gomma intorno all’orlo della scarpa. Lane A. Dean ora guardava il fermaglio sul lato della sua testa inclinata, a forma di coccinella azzurra. L’appuntamento era per il pomeriggio, ma quando era suonato il campanello così presto e sua madre l’aveva chiamato su per le scale, lui aveva saputo e un terribile tipo di vuoto aveva cominciato a scendergli addosso.
            Le disse che non sapeva che fare. Che sapeva che se avesse fatto pubblicità alla cosa e l’avesse forzata a farla, quello sarebbe stato orribile e sbagliato. Ma stava cercando di capire - avevano pregato e l’avevano esaminata da ogni angolo diverso. Lane le disse che lei sapeva quanto a lui dispiacesse e che se lui sbagliava a pensare che avevano sinceramente deciso insieme quando avevano deciso di prendere l’appuntamento, lei avrebbe dovuto dirglielo, per favore, perché lui credeva di sapere come doveva essersi sentita lei mentre la cosa si faceva sempre più vicina e come doveva essere spaventata, ma quel che lui non poteva sapere era se ci fosse qualcos’altro. Era completamente immobile salvo che per la bocca, così sembrava. Lei non rispose. Che se avevano bisogno di pregare ancora e di parlarne, lui era lì, era pronto, disse. L’appuntamento lo si poteva spostare; se lei soltanto diceva una parola potevano chiamare e rimandare per prendere più tempo per essere sicuri della decisione. Era ancora così presto - lo sapevano entrambi quello, disse lui. Questo era vero, che lui si sentiva così, e tuttavia sapeva anche che stava provando anche a dire cose che l’avrebbero fatta aprire e parlare abbastanza così che lui avrebbe potuto vederla e leggere il suo cuore e sapere cosa dire per farla andare in fondo alla cosa. Sapeva questo senza ammettere a se stesso che questo era quello che voleva, perché sarebbe stato un ipocrita e un bugiardo. Sapeva, in qualche piccola parte di sé chiusa a chiave, come mai non fosse andato da nessuno per confidarsi e chiedere un consiglio esistenziale, né Padre Steve né i confratelli del gruppo di preghiera al campus, né i suoi amici alla UPS né la consulenza spirituale offerta dalla vecchia chiesa dei suoi genitori. Ma non sapeva perché neppure Sheri fosse andata da Padre Steve - non riusciva a leggerle il cuore. Era vuota e nascosta. Lui voleva ardentemente che non fosse mai successo. Era come se adesso sapesse perché quello era un peccato vero e non semplicemente una regola avanzata dalla vecchia società. Si sentiva come se fosse stato abbattuto e umiliato e ora credeva davvero che le regole erano là per una ragione. Che le regole si preoccupavano di lui personalmente, come individuo. Giurò a Dio di avere imparato la lezione. E se invece anche quello fosse stato un giuramento falso, da parte di un ipocrita che si pentiva solo in seguito, che giurava obbedienza ma in realtà voleva solo essere graziato? Poteva anche darsi che non conoscesse affatto il proprio cuore né fosse capace di leggere e conoscere se stesso. Continuava a pensare anche a Timoteo 1 e all’ipocrita lì menzionato che fa dispute intorno alle parole. Sentiva una terribile resistenza interna ma non riusciva a sentire a cosa stava resistendo. Questa era la verità. Tutti i diversi angoli e le vie per cui erano giunti insieme alla decisione non l’avevano mai inclusa - la parola - poiché se lui una volta l’avesse detta, avesse dichiarato il suo amore per lei, il suo amore per Sheri Fisher, allora tutto sarebbe stato trasformato. Non sarebbe stato un punto di vista o una posizione differente, ma una differenza nella cosa stessa per cui stavano pregando e su cui stavano decidendo insieme. A volte avevano pregato insieme a telefono, in una specie di mezzo codice nel caso qualcuno accidentalmente avesse tirato su la cornetta. Lei continuava a sedere come se stesse riflettendo, nella posizione di chi sta riflettendo, come quella statua. Stavano proprio lì l’uno accanto all’altra sul tavolo. Lui guardava oltre lei l’albero nell’acqua. Ma non poteva dirlo: non era vero.
            Ma non si era mai neppure aperto e non le aveva mai detto chiaramente che non l’amava. Questo potrebbe essere mentire per omissione. Questa potrebbe essere la resistenza congelata - se l’avesse guardata negli occhi e gliel’avesse detto, lei avrebbe mantenuto l’appuntamento e sarebbe andata. Lui lo sapeva. Qualcosa in lui, però, qualche terribile debolezza o mancanza di valori, non riusciva a dirglielo. Sembrava come un muscolo che non aveva. Non sapeva perché; non ci riusciva e basta, non riusciva neppure a pregare per farlo. Lei credeva che lui fosse buono, serio riguardo ai propri valori. Parte di lui sembrava non avere remore a più o meno quasi mentire a una persona con quel tipo di fede e di fiducia, e quello cosa lo rendeva? Come poteva un individuo così persino pregare? Quel che ciò sembrava realmente era un assaggio della realtà di quel che avrebbe potuto intendersi per Inferno. Lane Dean non aveva mai creduto nell’Inferno come un lago di fuoco o un Dio amorevole che relegava la gente in un rovente lago di fuoco - sapeva in cuor suo che questo non era vero. Quello in cui credeva era un Dio vivente di compassione e d’amore e la possibilità di una relazione personale con Gesù Cristo per mezzo del quale questo amore era attuato nella storia dell’uomo. Ma sedendo accanto a questa ragazza a lui sconosciuta adesso come una lontana galassia, aspettando qualsiasi cosa lei avrebbe potuto dire per scongelarlo, adesso sentiva di poter vedere i confini o il profilo di quel che poteva essere una reale visione dell’Inferno. C’erano due grandi e terribili eserciti dentro di lui, contrapposti l’uno di fronte all’altro, in silenzio. Ci sarebbe stata una battaglia, ma nessun vincitore. Oppure mai nessuna battaglia - gli eserciti sarebbero rimasti così, immobili, scrutandosi l’un l’altro e in ciò vedendo qualcosa di così diverso e alieno da loro stessi che non sarebbero riusciti a capire, non sarebbero riusciti ad udire ciascuno i discorsi dell’altro come pure le parole, né leggere alcunché sulle loro facce, così congelati, contrapposti e incapaci di comprendere, per l’intera storia dell’uomo. Diviso in due, ipocrita con te stesso in un verso o nell’altro.
            Quando mosse la testa, una parte del lago più oltre lampeggiò nel sole - l’acqua lì vicino non era nera adesso, e potevi vedere nella secca e vedere che tutta l’acqua si muoveva ma gentilmente, di qua e di là - e allo stesso modo lui supplicava di tornare a se stesso, mentre Sheri muoveva una gamba e cominciava a girarsi accanto a lui. Poteva vedere l’uomo col completo e il cappello grigio stare immobile adesso sul bordo del lago, tenere qualcosa sotto a un braccio e guardare verso il lato opposto dove una fila di piccole forme su sedie da campeggio sedevano in un modo che voleva dire che avevano lenze in acqua per le carpe - cosa che facevano essenzialmente solo i vostri neri dell’East Side - e una piccola forma bianca a un estremo della fila con una cesta per la pesca in styrofoam. Nel suo momento o tempo al lago che adesso stava per venire, Lane Dean sentì per la prima volta che poteva prendere tutto questo per intero: ogni cosa sembrava distintamente accesa, poiché il cerchio dell’ombra della quercia aveva fatto una rotazione intera e loro adesso sedevano al sole, le loro ombre una cosa a due teste davanti a loro. Stava di nuovo guardando o fissando lì dove i rami dell’albero abbattuto sembravano tutti piegarsi così bruscamente proprio sotto la superficie della secca, quando gli fu dato sapere che in tutto quel silenzio congelato che aveva disprezzato, lui, in verità, aveva pregato o l’aveva fatto qualche piccola parte del suo cuore che lui non poteva udire, poiché ora gli rispondeva una specie di visione, qualcosa che più tardi lui avrebbe chiamato dentro di sé una visione o un momento di grazia. Non era un ipocrita, era solo spezzato e lacerato come tutti gli uomini. Più tardi, credette che quel che gli era successo era di aver avuto un momento in cui poteva quasi vedere entrambi come Gesù li vedeva - come ciechi che però procedono a tastoni, desiderosi di compiacere Dio a dispetto della loro congenita natura fallace. Poiché in quel preciso istante vide, veloce come la luce, dentro il cuore di Sheri e gli fu reso noto quel che sarebbe successo qui mentre lei finiva di girarsi verso di lui e l’uomo col cappello guardava la pesca e l’olmo abbattuto versava cellule nell’acqua. Questa ragazza coi piedi per terra che odorava di buono e voleva fare l’infermiera gli avrebbe preso una mano e l’avrebbe tenuta con entrambe le sue per scongelarlo e farsi guardare negli occhi, e gli avrebbe detto che non può farlo. Che le dispiaceva di non averlo saputo prima, che non intendeva mentire - era d’accordo perché voleva credere di esserne capace, ma non lo è. Che lei lo terrà e l’avrà; deve. Col suo sguardo limpido e fermo. Che la scorsa notte per tutta la notte ha pregato e cercato dentro di sé e ha deciso che questo è quel che l’amore gli comanda. Che Lane dovrebbe per favore per favore tesoro lasciarla finire. Che ascolta - questa è la sua decisione e lui non è obbligato a niente. Che lei sa che lui non la ama, non in quel modo, l’ha saputo per tutto questo tempo, e che va tutto bene. Che le cose stanno così e va tutto bene. Lei lo terrà, e lo avrà, e lo amerà e non avrà alcuna pretesa su Lane salvo che le auguri il meglio e rispetti quel che lei deve fare. Che lei lo lascia andare, qualsiasi pretesa, e spera che lui completi i corsi al P.J.C. e riesca tanto bene nella vita e abbia solo gioia e cose buone. La sua voce sarà limpida e ferma, e mentirà, poiché a Lane è stato dato di leggere il suo cuore. Di vedere attraverso di lei. Uno dei neri dall’altro lato tira su il braccio in quel che può essere un saluto o un gesto per scacciare un’ape. C’è una falciatrice che taglia l’erba da qualche parte dietro di loro. Sarà un azzardo terribile, l’ultima spiaggia, nato dalla disperazione nell’anima di Sheri Fisher, dalla consapevolezza di non poter fare questa cosa oggi né di poter far nascere un bambino da sola e gettare vergogna sulla sua famiglia. I suoi valori si mettevano di traverso comunque la si metteva, Lane poteva vederlo, e lei non aveva altre opzioni o scelte - questa bugia non era peccato. Galati 4:16, Sono dunque diventato vostro nemico? Lei sta scommettendo che lui è buono. Là sul tavolo, non è congelato né ancora si muove, Lane Dean, Jr., vede tutto questo, ed è mosso a pietà, e anche a qualcos’altro, qualcosa senza un nome a lui noto, che gli si presenta nella forma di una domanda che mai una volta in tutto il pensare e la divisione di quella lunga settimana gli era anche solo passata per la testa - perché era così sicuro che non l’amava? Perché è un tipo di amore in qualche modo diverso? E se lui non avesse la minima idea di cos’è l’amore? Cosa farebbe lo stesso Gesù? Poiché fu proprio adesso che lui sentì le due piccole forti mani morbide di lei nella sua, per farlo voltare. E se fosse soltanto impaurito, se la verità non fosse nient’altro che questa, e se quello per cui pregare non fosse neppure amore ma semplice coraggio, per incontrare i suoi due occhi mentre lei lo diceva e fidarsi del proprio cuore?

trino | permalink | commenti (8) | commenti (8) (pop-up)
categoria:


martedì, 09 settembre 2008

ferie prolungate

per un altro po', qui resterà tutto così - congelato. se volete qualche mia notiziola, mi trovate, come al solito, qua.

trino | permalink | commenti (2) | commenti (2) (pop-up)
categoria:


giovedì, 24 luglio 2008

il nuovo disco degli of montreal

Photobucket

Devo confessarlo: ero parecchio tentato dall'idea di arrivare qui oggi e tirarmela con ciascuno di voi dieci lettori dicendo "adesso vi dico com'è Skeletal Lamping, il nuovo album degli Of Montreal che IO ho ascoltato e voi no, trattandosi di succosissima anteprima intergalattica". Fico, no? Certo.

Poi mi dico: ma l'ho già fatto con Wall-E, no? Vi ho linkato una succosissima recensione di Wall-E e, cazzo, Wall-E ha più seguaci potenziali di Barnes, no? Il mio analista dice che devo smetterla di lamentarmi dei blog, che sto diventando aggressivo. Che bisogna essere gentili e più si è gentili e più gli altri sono gentili con te.

Spero che almeno approfittiate delle poche cose buone che questo blog vi offre e siate diventati seguaci di Savage Love. Vi lascio con questo pezzetto che leggevo oggi in metropolitana: "[...] I know I'm unattractive, but I've met wonderful girls who I think are at least as physically unattractive as me who have managed to find someone to love them. [...] I shower every day, try to dress well, and wear makeup, but none of it seems to help. It appears that my only options are plastic surgery or suicide [...]". Risposta di Dan Savage: "You can send me a picture if you like, Anonymous, preferably one taken by the brand-new therapist that you're going to get".

 

trino | permalink | commenti (5) | commenti (5) (pop-up)
categoria:


mercoledì, 23 luglio 2008

uòlli

Clicca per vederla X-LARGE

La Terra è soffocata dai rifiuti e gli umani - o almeno, immaginiamo, chi se l’è potuto permettere - sono fuggiti via. Accanto alle rovine degli enormi grattacieli, sorgono gigantesche torri fatte d’immondizia. Una waste land su cui si muove, laborioso e metodico, un piccolo goffo robot addetto all’impacchettamento e all’allocazione dei rifiuti: un Waste Allocator Loader Lifter - Earth class, WALL-E. Nel cuore di un’apocalissi ormai vecchia e quieta, WALL-E si alza presto al mattino, ricarica le sue batterie solari, prende il suo cestino da lavoro e torna in mezzo alla latta, alla plastica e alla ferraglia che traboccano da ogni dove. Raccoglie la spazzatura, ne fa cubi compatti e li ordina diligentemente, per formare un’altra, gigantesca torre di rifiuti. ANTEPRIMA ASSOLUTA SIORI E SIORE CONTINUA QUI.

trino | permalink | commenti (9) | commenti (9) (pop-up)
categoria:


martedì, 22 luglio 2008

la giornata del riassunto

(il weblog è un diario personale, parte XIV)

 

1- Quando hai un blog, famoso o sconosciuto che sia, senti una certa responsabilità. Dopotutto, hai ascoltato i nuovi dischi di Wolf Parade, Notwist, Bonnie Prince Billy, Death Cab for Cutie, Fleet Foxes - hai scoperto i Ponytail e i Kiss Off - hai visto dal vivo i No Age (di nuovo), gli Spoon, i Fleet Foxes, i Sonic Youth, i Crystal Antlers - hai visto Iron Man e The Happening - hai recuperato, tra le altre cose, American Gangster - hai seguito con trepidazione tutta la prima stagione di Mad Men - e non ne hai lasciato traccia, o quasi, nel tuo diaro personale online detto weblog. Bisogna quantomeno fare un riassunto.

2- La nuova veste grafica - come si suol dire - di last.fm non mi piace. Per protesta, niente scrobbling questa settimana.

3- Mi son dimenticato di dire che ho finito l'Oscar Wao di Junot Diaz. Che è un gran libro, nonostante qua e là vi sia qualche traccia di troppo di una sorta di overperformance anfetaminica.

4- Bonnie Prince Billy: Bello. Fleet Foxes: Bello. I FF sono bravissimi. Hanno suonato alla Bowery Ballroom e il responso del pubblico è stato eccezionale. Di conseguenza, il controresponso dei simpatici Fleet Floxes: aggiungono uno show di mezzanotte, l'indomani, nella bellissima venue di Union Hall, Brooklyn. I biglietti vanno in vendita a mezzogiorno esatto e nel giro di niente sono finiti. Anche perché Union Hall è piccola, legnosa e raccolta, con un ritratto (pseudo)vittoriano in fondo al palco che fissa musicisti e pubblico ("sembra una principessa Leila da vecchia" dice il bassista - da noi soprannominato Cicciobombo). Robin Pecknold sembra Gesù Cristo ("i love you, jesus" urla uno del pubblico. "No, i'm not. i'm real" risponde Pecknold. Un Cristo Ateo). Son tutti malati, i Fleet Foxes. Tossiscono, scartano caramelle balsamiche. Hanno fatto già altri due concerti in poco più di 24 ore. Con tutte quelle armonizzazioni. E sono stati comunque bravissimi.

5- Wolf Parade: Bello, non all'altezza del loro esordio (è una cosa abbastanza banale e scontata da dire, eh). Notwist: bello, forse un po' meno di Neon Gold. Death Cab for Cutie: bah, non sono roba mia.

6- Forse dei Sonic Youth invece ve l'avevo già detto, vero?

7- Iron Man l'ho visto tanto tempo fa, ormai. Non ho mai trovato nulla d'interessante da dire su Iron Man, se non che è un film divertente salvo qualche lungaggine di troppo su ste cazzo di armature che si costruisce per 2/3 del film (su questo concordo pienamente con lei). Per dirla nei termini appropriati che sono soliti estraniarmi da molti entusiasmi della cineblogosfera: neppure fingendo potrei dire che è una ficata.

8- Ho recuperato American Gangster, nella versione lunga, che poi sarebbe la versione uscita nelle sale, già lunga, più altri 30 minuti o giù di lì. Tre pallette.

9- Ecco, anche E Venne il Giorno o The Happening che dir si voglia l'ho visto ormai parecchio tempo fa. E l'ho visto 2 volte. Questi sono i film che ho visto due volte in questa stagione: There will be blood, No Country for Old Men, Wall-E, My Winnipeg. E The Happening. Per usare un'espressione cara a un amico: se non ti piace The Happening non puoi essere mio amico. E non è che The Happening sia necessariamente un capolavoro, ma "bocciarlo" significa proprio essere lontani mille miglia dalla mia idea di cinema. Vabbè, sì, ho tanti amici che non ci capiscono un cazzo di cinema, state tranquilli.

10- Ah, giusto, ho nominato Wall-E e My Winnipeg. Eh eh.

11- Una tipa, greco-americana, che mi ha dato un passaggio in macchina ha cambiato stazione quando la radio ha passato I Kissed a Girl, di cui potete apprezzare il video embeddato qui sopra. Prima ha chiesto se anche noi altri 3 inquilini della macchina la trovavamo così "weird" come la trovava lei ("She kissed a girl?! And she liked it?!"). Poi ha cambiato. So weird. Twenty-something a New York City, Estate 2008.

12- I Kiss Off, che hanno rilasciato (si dice rilasciare in questo senso?) il loro primo EP sono molto derivativi, ok. Ma a me piacciono. Dategli un'ascoltata.

13- Ponytail: Bello. L'ho cercato in un paio di negozi di dischi del Village per fare un regalo di compleanno. Ma non ce l'avevano. Si compra, però, su I-Tunes. Anche a questi, dategli una bella ascoltata. E suonano domani alla Knitting Factory. Vi faccio sapere.

14- Io ho da sempre un debole per le poste del cuore e le altre rubriche di consigli. Una di quelle assai piacevoli, ad esempio, è Dear Prudence, su Slate. Ma la più bella in assoluto è un'altra. Molti di voi la conosceranno già, visto che è "sindacata" (come si suol dire) su un mucchio di giornali in giro per il mondo. Parlo della più bella rubrica posta del cuore dell'universo, il formidabile Savage Love. Io la leggo sul Village Voice o The Onion, ma la trovate anche su The Stranger e da molte altre parti. Leggetela, vi prego. Qualche esempio dall'ultima column. Una tipa di 23 anni scrive a Dan perchè lei e il ragazzo sono andati a vivere insieme ma hanno anche smesso di avere rapporti completi, per vari motivi, tra cui l'insistenza di genitori religiosi. Ma lei non è proprio soddisfatta. Dan, ovviamente, risponde: "OK, NSFU, I've got a few suggestions. First, grow the fuck up.[...]Tell him you want to renegotiate terms. Tell him you want to stop worrying about what your parents think and get back to your old intercoursin' ways—which you don't have to tell the parents about—or he's going to have to buy a strap-on dildo and fuck you with that before you'll even think about touching his dick again". Un gay diciannovenne si dice attratto solo da quelli grandicelli, ma ha paura di non saper distinguere tra gente affidabile e tipacci. Dan (Dan Savage è gay e dice che la sua voglia di creare la sua ormai famosissima advise column è nata dal fastidio di leggere decine di consigli dati ai gay da etero senza la minima idea di cosa stessero parlando) risponde: "Gay men in their thirties and forties who will date teenage boys are almost always scum [...] Oh, and all the angry, middle-aged gay men out there who "date" teenage boys and don't regard themselves as scum: Spare me the angry e-mails, fellas. I didn't say that you're all scum, guys, I wrote that you're "almost always scum." Unfortunately, scum never thinks it's scum, which can make it difficult to tell the scummy ones and nonscummy ones apart, particularly for young and inexperienced guys". Un'altra e poi smetto. Un tipo dice di essere stato mollato otto mesi fa e di pensare ancora alla sua ex. Dan: "Sometimes a cliché is all I've got: Time heals all wounds—time and, of course, fucking other people. Did you know that every ounce of another woman's saliva that you swallow shaves a week off the healing process? It's a true and totally scientific fact, TOH—I distinctly remember reading it in the Science section of The New York Times this morning". Una lettura obbligatoria, insomma.

trino | permalink | commenti (9) | commenti (9) (pop-up)
categoria: out of the blue


lunedì, 21 luglio 2008

funny remakes

Photobucket

E' bene liberarsi subito della tentazione di annegare in una sbornia teorica e sforzarsi di prendere Funny Games 2007 per quello che è. Non si tratta, nonostante il calco maniacale dell’originale, di nulla di simile allo Psycho di Gus Van Sant: in quel caso, infatti, la differenza tra autore dell'originale e del remake e, soprattutto, lo status di pietra miliare raggiunto dal film di Hitchcock segnano in modo del tutto diverso intenti e significati del rifacimento. Né si tratta, evidentemente, di un autoremake suggerito da motivi tecnici (come negli autoremake sonori di Griffith, Lubitsch, Ford e - in parte - De Mille) o da intenti autocelebrativi e testamentari (come in Angeli con la Pistola di Capra, copia abbastanza fedele del suo Signora per un Giorno di 28 anni prima). Né la meticolosa fedeltà con cui Haneke rifà se stesso (lasciamo ai volenterosi il compito di elencare le poche, ma interessanti, differenze - salvo quelle su cui si riflette più sotto) consente di accostare questa sua ultima fatica a L'uomo che sapeva troppo (girato da Hitchcock in patria nel 1934 e rifatto - con ampie modifiche - negli Stati Uniti nel 1956). Cos'è, quindi, Funny Games 2007? CONTINUA QUI

trino | permalink | commenti (1) | commenti (1) (pop-up)
categoria:


giovedì, 17 luglio 2008

nicole at the beach

Photobucket

La famiglia di Noah Baumbach è carne fatta verbo. Composizioni - orali, scritte, sociali, musicali, emotive, urbanistiche - congiungono sottopelle e raffreddano dettagli e frammenti di insostenibile violenza emotiva. Il cinema di Baumbach custodisce un delicato e bellissimo equilibrio tra l’urgenza della parola e la serena rinuncia all’interpretazione. Da un lato, la scrittura (del film e nel film: mestiere dei suoi protagonisti adulti e costruzione drammatica degli stessi all’interno dell’opera) insegue e tuttavia copre la bruciante sostanza drammatica. Dall’altro lato, la verità si mostra, brevissima, per squarci ineffabili e abbaglianti fatti di silenzi, sguardi, balbettii, fughe che si disfano del fardello pietrificato delle parole. CONTINUA QUA

trino | permalink | commenti | commenti (pop-up)
categoria:


sabato, 12 luglio 2008

l'antieroe, charlize theron e il senso critico

Photobucket

In genere, diciamoci la verità, quando si apre una recensione (o qualcosa di simile) mettendo le mani avanti e rimestando la storia del "partiamo dalla considerazione che si tratta di un pop corn movie", vuol dire che a quel tizio che scrive piacciono i pop corn movies o, quantomeno, in questi giorni qua è dell'umore giusto per farseli piacere.

Pure io, dopo la visione di Hancock (blockbuster vincitore della battaglia del box office per il cruciale weekend lungo del 4 luglio), vorrei cominciare con una qualche formuletta liberatoria e poi dire a tutti quanto mi sia divertito con la storia di questo supereroe barbone, scortese, alcolizzato e odiato dalla gente. Quanto abbia ammirato il suo faticoso percorso di maturazione verso la cordialità borghese, le sane abitudini igieniche e alimentari, le tutine, il logo e tutto quanto si addice al suo ruolo di Vigilante Virtuoso. Quanto abbia apprezzato il ritmo acceso, l'inatteso e spassoso plot twist, il virulento cambio di registro (con qualche indecisione di toni che finisce per stranire). Poi, messa da parte la suddetta formuletta, vorrei passare a prendere Hancock un po' più sul serio, evidenziare l'ironia sulla mitologia superomistica, ma anche fare qualche battutina acida sulla ideologia conformistica, politically correct, borghesuccia e PR-oriented che alla fine prevale. Lodare le interpretazioni, la costruzione drammatica solida e oleata, spendere qualche rimprovero per certi punti di caduta o certe lungaggini. E finire con una qualche chiosa simpatica che suggerisca il messaggio essenziale: un pop corn movie abbastanza ben fatto, con qualche lungaggine e un messaggio di base un po' fastidioso, ma sostanzialmente divertente.

Solo che a me non frega un cazzo dei vostri pop corn movies. E non frega un cazzo del pop corn. Anzi: mi fa schifo. Non sa di un cazzo. E' unto. Ha una parte morbida senza sapore e una pietruzza dura arancione senza sapore che s'incastra tra i denti. E mi stanno sul cazzo tutti quelli che si portano appresso i loro bicchieroni giganti di pop corn e se li sistemano felici sul grembo, mentre il proiezionista spara pubblicità e coming soon e li tengono intatti e traboccanti, i loro cazzo di bicchieroni - guai a mangiarli durante la pubblicità e i trailer - e poi, quando il film inizia, cominciano a trangugiare quelle pallette oleose e insapore. Mi state sul cazzo. E, quanto a Hancock, posso concedervi soltanto una pulciosa preterizione, sempre che sappiate che cazzo vuol dire, fucking philistines.

 

 

trino | permalink | commenti (5) | commenti (5) (pop-up)
categoria: inside


venerdì, 11 luglio 2008

le relazioni pediculose

Photobucket

L'ultimo film della scandalosa Catherine Breillat - la donna che ha trasformato Rocco Siffredi in un omosessuale che s'imbarca in considerazioni filosofiche estreme in Anatomie de l'Enfer e che, nello stesso film, faceva preparare alla protagonista un tè con un assorbente usato al posto del tradizionale Earl Gray - ci insegna alcune cose.

La prima, superficiale, è che l'arbitraria traduzione dei titoli stranieri non è un male solo italiano. E' così che Une vieille maîtresse diventa, per il ristretto pubblico delle art-house statunitensi, The Last Mistress, con ammiccamento tritissimo al presunto potenziale acchiappapubblico di qualsiasi titolo che suoni come L'Ultimo Qualcosa (gli esempi, da noi, sarebbero tantissimi) (gli australiani restano gente onesta, il loro titolo è An Old Mistress) (per inciso, il last del titolo inglese non ha assolutamente nulla a che vedere con la trama del film). La seconda, di contorno, è che Asia Argento ha ormai consolidato la sua immagine di attrice eccentrica, trasgressiva, volgarotta ma, per ragioni sottili ma del tutto fondate, irresistibilmente arty. Dal prezioso New Rose Hotel di Ferrara in avanti (solo nel 2007, oltre ad interpretare La Vellini nel film della Breillat, Asia ha offerto la sua sensualità sporca ma confusamente trascendente allo sguardo magnifico di Olivier Assayas - in Boarding Gate - e ha limonato con un rottweiler sul set di Go Go Tales di Ferrara), la presenza dell'Argento in un film ha superato i confini (discutibili) della mera performance attoriale, divenendo una vera e propria marca stilistica in carne ed ossa, un oggetto denso e scivoloso con un altissimo peso specifico, che finisce per segnare fortemente il carattere dell'opera.

La terza cosa che il film della Breillat c'insegna è che si può rimanere ammaliati (e, per qualche brevissimo attimo, persino abbagliati) da un film che, sia a primo acchito sia  dopo attenta riflessione, sembra essere un esotico softcore in costume della serie Harmony I Grandi Romanzi Storici Special (esiste davvero, eh). Con derive tamarre.

E' facile argomentare le ragioni per affibbiare al film della Breillat tale etichetta. Un giovane nobile, pallido, femmineo, dalle labbra rosee e la figura delicatissima sta per sposarsi con una giovane nobile, pallidissima, bionda, dalla figura quasi vitrea. I pettegoli del 1830, assai più diretti e molto meno scafati dei colleghi descritti da Choderlos de Laclos, cercano di avvertire la nonna della futura sposa (spassosissimo personaggio) del pericolo incombente: Ryno de Marigny (questo il nome del protagonista) è un incallito libertino, immoralmente legato, peraltro, da ben dieci anni a una donna volgare e promiscua nota come Vellini (figlia illegittima di una nobildonna italiana e di un torero spagnolo) (proprio così). Inoltre, il Marigny non ha un soldo in tasca. La Nonna, però, che va dichiarando orgogliosamente di essere una del 18esimo secolo (intendendo cioè dire che ha una mentalità assai più aperta di quella dei tempi in cui vive), decide di dar fiducia a Ryno. Non prima di avergli fatto raccontare, però, tutta la sua travolgente e voluttuosa storia d'amore, odio e sesso con Vellini (lungo flashback in cui l'Argento sfoggia abiti gitani, colori da corrida, sigari, dubbi berretti, vesti da camera provocanti e drappi sahariani - c'è infatti una drammatica parentesi avventurosa in Algeria) e non prima di avergli fatto giurare che la storia con la maîtresse è definitivamente conclusa. Nessuno, però, sottovaluta la malìa tentatrice di Asia Vellini.

L'intreccio, tratto dal romanzo di Barbey d'Aurevilly, non riserva speciali sorprese. Gli estremismi cari all'autrice francese latitano - qualche scena di sesso un po' esplicito, ma davvero nulla di speciale - se non per qualche scheggia strampalata (l'Argento che si lancia famelica per leccare la ferita sanguinolenta del povero Marigny) che verrebbe da infilare piuttosto nel seguente novero delle trovate tamarre: l'Argento che slecca il cono gelato, l'Argento che mostra ripetutamente i peli delle ascelle, l'Argento che esplode in una risata seriamente imbarazzante per lo spettatore, l'esotica parentesi algerina, eccetera. Si tratta, nell'evidente disegno dell'opera, di elementi intenzionali e, in qualche maniera, funzionali. Ma l'effetto d'insieme rimane parecchio parecchio dubbio.

Resta, tuttavia, una messa in scena sontuosa e attentissima, uno sguardo fisicissimo che a volte sorprende, una composizione pittorica intelligente dalla forte sensibilità protoromantica e una luce (del fedele Arvanitis) che esplora con grazia le superfici sincere della Parigi ottocentesca della Breillat (tutti dicono la verità, antitesi micidiale del capolavoro di Laclos). In breve, diverse notevoli ragioni per vederlo comunque.

trino | permalink | commenti (7) | commenti (7) (pop-up)
categoria: inside


mercoledì, 09 luglio 2008

la giornata dell'indipendenza e delle dipendenze

(il weblog è un diario personale, parte XIII)

 

1- Vi sono mancato?

2- Il tumblr è una droga. C'è questo tastino, che mi ha insegnato Mastro Kekkoz, che sta lì sulla tua barra degli strumenti mentre gironzoli e leggi i giornali o guardi video, insomma, mentre ti fai i fatti tuoi sul web - e questo tastino, che dice "share on tumblr", in 5 secondi trasforma i fatti tuoi in fatti dei lettori del tuo tumblr. La tentazione è forte. Se sono interessato a questa notizia, se questa striscia mi diverte, se questa canzone mi piace, se questo video è fico, perchè non dirlo a tutti e rilucere della ficaggine delle cose che leggo? Bene. Leggete tutti il mio tumblr e ditelo alle mamme, alle sorelle, ai fratelli, agli amanti e agli amici.

3- Ho una serie di cose da dire in materia di musica. Avevo, meglio. Non me le ricordo. Ci provo.

4- Modern Guilt, l'ultimo disco di Beck, è bello. Pacato, beckiano, ma beckiano-pacato, dagli arrangiamenti geniali. Io non sono mai stato un grande fan di Beck. Per carità, chi può evitare di ammirarne l'intelligenza? Però, sapete. Insomma: Chemtrails, da Modern Guilt, è una delle canzoni dell'anno.

5- A proposito di "cose migliori dell'anno". Eccovi le SETTE migliori immagini femminili della stagione 2007-2008.

6- Al Settimo Posto, Krysta Kapowsky aka Krysta Now (attenzione: video con gli ultimi 10 minuti del film) che contende alla legittima moglie il muscoloso Boxer "The Rock" Santaros, in un balletto su un dirigibile, in Southland Tales di Richard Kelly.

7- Al Sesto Posto, Asia Argento che si aggira in lingerie per la casa di Michael Madsen, piena di vetri e superfici fredde, in Boarding Gate di Olivier Assayas.

8- Al Quinto Posto, Miss Falewicz-Mia Farrow, sul sedile posteriore di un'auto scassata, nella versione sweded di A spasso con Daisy.

9- Al Quarto Posto, Natalie Portman appoggiata nuda a un mobile della camera 403, in Hotel Chevalier di Wes Anderson.

10- Al Terzo Posto, Kristen Stewart che si fa trovare sul letto, senza pantaloni, in Into the wild di Sean Penn.

11- Al Secondo Posto - e una delle immagini chiave di tutto il cinema di questi ultimi 11 mesi - Nicole Kidman-Margot, sola in cima all'albero di famiglia e incapace di scendere, in Margot at the wedding di Noah Baumbach.

12- Al Primo e Incontestabile Posto, poco c'importa se non la si è vista in sala, Betty Draper che spara ai piccioni del vicino, sigaretta in bocca, mentre Bobby Helms canta My Special Angel, nel finale del nono episodio della prima stagione del soprendente Mad Men.

13- Ma vi dovevo parlare di musica.

14- Ho visto i Sonic Youth al Battery Park. Il concerto era gratuito, ma i biglietti introvabili. O almeno così credevo quando, felice come una pasqua, diedi quei 20 dollari a quel tizio con lo sguardo strambo che mi aveva dato appuntamento da Papaya King - The King of Hot Dog per vendermi il suo extra-ticket. Poi, intorno a Battery Park, uomini e donne generosi, in pieno spirito 4th of July, davano via i loro extra-ticket gratis così come l'avevano avuti. God bless America.

15- The Age of the Understatement dei Last Shadow Puppets è bello. I primi ascolti che si trovavano in giro non mi avevano colpito, devo dire. Ma il disco è bello. L'ho pure comprato due volte. Ma quella è una storia raccontata altrove.

16- Ho visto i Chrystal Antlers dal vivo. I primi due pezzi mi sembravano orribilmente sacrificati dal set frettoloso. Gli altri 3 o 4 suonavano davvero notevoli.

17- Le altre cose, la prossima volta. 

 

trino | permalink | commenti (10) | commenti (10) (pop-up)
categoria:


venerdì, 04 luglio 2008

Qualcuno più importante di me dovrebbe mettere fine a questa cosa e PROTESTARE perché con Safari l'editor di Splinder in pratica non funziona. E c'ho uno strano bug per cui Firefox 3 mi si chiude appena carico una pagina. Tutto questo (in un carattere che immagino minuscolo e imprevedibile) per dirvi: 1) Che il TUMBLR (http://lookeyinside.tumblr.com) è divertente. 2) Che presto vedrete scritte delle cose da me sul conto di MARGOT AT THE WEDDING e di WALL-E. 3) Che sul TUMBLR ho scritto un post divertente che è stato definito MISOGINO, DI CATTIVO GUSTO ma anche GENIALE e io sono più propenso psicologicamente a credere al terzo: http://lookeyinside.tumblr.com/post/40851675/primavera-dei-sensi-la-mia-recente-storia-con-laltro. 4) Che chiunque avesse biglietti per i Sonic Youth al Battery Park tra un'ora mi mandasse un pvt. Ok, è improbabile che ce l'abbiate ma le sto tentando tutte.
trino | permalink | commenti (2) | commenti (2) (pop-up)
categoria:


mercoledì, 02 luglio 2008

avevo giurato che non l'avrei mai fatto

sono stufo di scrivere post. cosi', per provare, A Lookey Inside prova a trasformarsi in un TUMBLR.

Sì, lo so. Lo so.

Ma vediamo che viene fuori e ne riparliamo tra un pochino.

Ci ho messo pure i commenti, alla fine non è molto diverso da un blog.

A parte che io scrivo poco.

Vediamo che succede.

trino | permalink | commenti (2) | commenti (2) (pop-up)
categoria:


giovedì, 26 giugno 2008

Facciamo finta che questo SIA un tumblr

(ovvero: non ho voglia di scrivere una beneamata minchia, ma voglio che voi 20 carissimi lettori mi sentiate vicino e io possa sentire vicini voi, miei cari)(c'è una chiave che collega i tre video, non è molto difficile. chi la indovina vince una pizza con me in persona appena torno in italia)

 









trino | permalink | commenti (2) | commenti (2) (pop-up)
categoria:


mercoledì, 18 giugno 2008

mother of my baby daughter ovvero la giornata degli afterhours che traducono in inglese il loro ultimo disco



(il weblog è un diario personale, parte XII)
1- Manuel Agnelli, quella sera e così da vicino, assomigliava in modo incredibile a Christian Bale. O forse era l'alcol.

2- Youth without youth di Coppola è un film ingiustamente e incredibilmente sottovalutato. Come e più di The Fountain di Aronofsky, è un film estremo, che non teme la radicalizzazione del proprio viaggio metafisico fino ai confini del ridicolo, (e oltre), negli arzigogoli dell'anima. Un film che non chiede nient'altro che essere visto e ammirato.

3- Ho visto i Raconteurs al Terminal 5. Uno dei migliori live degli ultimi anni.

4- Margot at the Wedding di Baumbach è un film splendido. Splendido.

5- Ho visto gli Afterhours al Mercury Lounge. Ottima performance, limitata però dalla scaletta anglofona. Agnelli traduce alcuni pezzi dell'ultimo album e li mette assieme a quelli del penultimo già tutti tradotti e venduti in inglese. Poche le concessioni al passato ed alla nostra lingua patria: 1.9.9.6., Male di Miele, Come Vorrei. Forse pure Milano Circonvallazione Esterna, ma non ne sono sicuro perchè la voglia di sentirla (come al solito) era così forte che alla fine non sono mai sicuro se l'ho sentita suonare da loro o se me la sono suonata in testa da solo. Agnelli si presenta in inglese, poi chiede se c'è qualcuno che parla italiano. Il settanta per cento del pubblico risponde con un boato. Da qui qualche cambio nella scaletta che riuscivo a sbirciare dalla mia postazione avanzatissima. At kilometers from here e Mother of my baby daughter i versi tradotti che strappano un sorriso dopo tanti ascolti dell'originale.

6- Ho cominciato a leggere e ho quasi finito The Mysteries of Pittsburgh di Chabon. Chabon è molto bravo. Si sente un po' il lavorìo della costruzione, i mattoncini di vario colore messi uno sull'altro per metter su il romanzo efficace di successo. Ma si legge alla svelta. Complice il treno affollato che da Penn Station porta alle spiagge bagnate dall'Oceano. E ritorno.

7- Ho visto gli Evangelicals al Cake Shop. Venivano dopo dei tizi musicalmente (ed esteticamente) confusi e dopo il gruppo (invece bravino) guidato dalla bella Olga Bell (e che prende nome dal suo cognome). Gli Evangelicals sono bravi e divertenti. Il disco è meglio. Il mio nuovo compagno di bevute e concerti, milanese-newyorkese, mi ha lasciato con Olga Bell per propiziare un qualche approccio ma me la sono lasciata sfuggire. E poi, comunque, stava col batterista. Ok?

8- Questo blog è in fase down, lo dice anche Kotionkin. Come se ci fosse mai stata una fase up.

9- Ho conquistato la settantenne del portone accanto. Le ho portato la spesa su al primo piano e lei mi ha chiesto se lavoravo nel cinema. Alla mia prosaica risposta, mi ha comunque suggerito di provare a cantare, dicendo che non dovrei sprecare la mia così bella voce. Oh, in una settimana un po' così, è bene valorizzare tutto.

trino | permalink | commenti (14) | commenti (14) (pop-up)
categoria: out of the blue


venerdì, 06 giugno 2008

snuff and the city
Photobucket

Piaccia o meno, la serie della HBO Sex and the City si è imposta negli anni come paradigma imprescindibile, nell’immaginario contemporaneo, della donna single, economicamente indipendente, romantica ma disinibita. Esplosa a cavallo tra i due secoli come uno dei più grandi successi della storia televisiva, la serie s’incunea nelle maglie di temi e stereotipi perpetuati da una sempre più feconda produzione chick flick (e dei suoi equivalenti letterari e televisivi), problematizzando però con intelligenza, freschezza, studiata sfrontatezza e furbizia una quantità di luoghi minacciosi del postfemminismo di fine millennio. Il successo è enorme: sei stagioni (dal 1998 al 2004 - in Italia trasmesse da La7 dal 2000 al 2004 e poi replicate numerose volte), sei Emmy, otto Golden Globe, svariati altri premi, fandom radicale, mitologie e geografie costruite intorno ai personaggi (i luoghi newyorkesi frequentati dalle quattro amiche sono divenuti tappe essenziali di innumerevoli pellegrinaggi turistici e tour organizzati) ..... continua qua
trino | permalink | commenti (1) | commenti (1) (pop-up)
categoria:


martedì, 03 giugno 2008

la giornata di sex and the city


(il weblog è un diario personale, parte XI)



1- Questo blog non sta andando da nessuna parte.

2- Ho visto e/o rivisto svariati film. Tutto o quasi Godard tra il '59 e il '68. Fargo, che nei momenti di debolezza funziona sempre. Ma anche Miller's Crossing e Barton Fink. Les Chansons d'Amour. Bello. Meeting people is easy. Fargo l'ho comprato a una bancarella su Morton Street. C'era una street fair qua nel quartiere. Gente che vendeva di tutto. Ho comprato Fargo, ho comprato una copia di Maus (il primo volume) perchè sapeva di libro usato e stivato per anni in mezzo a mille altri libri. Ho comprato due vassoietti in legno che appena li vedi ci immagini sopra due bicchierini di sake e una scodellina di salsa di soja. E la tempura. Il tutto a un prezzo molto onesto. A me il sake non fa impazzire.

3- Ho visto e/o rivisto svariati film. Ho ascoltato e riascoltato svariati dischi. Ho recuperato tutta la discografia degli Xiu Xiu. Pensate un po'. E mi sono rimesso ad ascoltare LSD dei Bluvertigo. L'ho pure canticchiata. In fila al Whitney per dare un'occhiata alla chiacchierata Biennale del Whitney. Canticchiavo: "cosa stai dicendo non connetti". Poi la Biennale era così così. C'erano delle cose interessanti. Una era di un fotografo di cui ho dimenticato il nome. Ho chiesto a qualcuno una penna per scrivermi il nome da qualche parte, sapendo che l'avrei dimenticato, ma non avevano nessuna penna da darmi. Le foto erano magnetiche. Uffici rotti. Pile di carte. Poi il cartellino spiegava che erano foto dell'ambasciata della Repubblica Irakena in Germania Est. Due stati che non esistono più. Così diceva. Poi lì al Whitney c'era l'amica di un amico, una che lui non vedeva dal 1994. Era amica di una sua ex, mi dice, dividevano un appartamento per studiare, ma alla sua ex non andava mai di uscire così lui finiva spesso per uscire con quest'altra, l'amica incontrata al Whitney. L'amica del Whitney aspetta un bambino. Il padre del bambino dice che in quella vacanza a NY sono stati già quattro o cinque volte da Magnolia Bakery, a Bleecker Street. La pasticceria resa famosa da Sex and the City. Dice che sono andati a cena da Moustache, che gli è piaciuto molto. E in un altro posticino tra Bleecker e West 11th. Gli chiedo se hanno l'albergo in quella zona, visto che stanno sempre lì intorno. Mi dice di no, semplicemente amano quel quartiere e la sera vanno sempre lì. Gli dico che lo capisco. Anch'io amo quel quartiere. È il mio quartiere. Amo il mio quartiere. Ma quella volta che provai a mangiare la cheese cake di Magnolia dovetti desistere a due terzi dell'opera. Di una pesantezza inspiegabile. Già, già, dicono loro, troppo burro. Però la sera ci tornano di nuovo. Sono simpatici. Li becco proprio davanti Magnolia. Lei svaligia il posto. Si parla del più e del meno. Soprattutto del perchè sebbene sulla cartina della metro, lungo la linea rossa, ci fosse il pallino della stazione, il loro treno non si è fermato a quel pallino ma ha tirato dritto fin su nell'Upper West. Bisogna guardare le lettere vicino al pallino. Questo gli dico. Segnatevelo pure voi. Sulla stessa linea corrono treni diversi. Ci sono le linee express e quelle local. Bisogna controllare la lettera, il colore non basta. Parliamo anche del perchè un ristorante che gli avevano spacciato come giapponese non aveva il sushi. Il Buddakan. Non è mica giapponese, infatti. È "asian fusion". Ha gli spring rolls. Ha il sake. Ha i noodles. Niente sushi però. Al Buddakan girano pure una scena di Sex & the City - the Movie. La cena-festa prima del matrimonio. E io a tendere il ditino e dire: uh, il Buddakan, ci siamo stati venerdì. Buono ma costosetto, eh. Ah, il locale dell'ultima scena del film non esiste. Almeno non mi sembra che accanto allo Spice Market ci sia un cocktail bar fatto così. Fa cool poter dire queste cose eh? Contento tu.

4- Ho ascoltato e riascoltato svariati dischi, ok. Credo il più recente sia Sleep forever dei Big Sleep. Bah, caruccio. Ah, e Women as Lovers degli Xiu Xiu. Molto bello. Molto.

5- Se qualcuno sa il nome del fotografo o della fotografa dell'ambasciata irakena in Germania Est me lo fa sapere? Grazie.

6- Sul film di Sex & City scriverò una cosa rapida. Il fatto è che S&C è stato lo spazio sfrontatamente chic in cui si problematizzavano con vena leggera alcuni luoghi minacciosi del postfemminismo. Poi, a un certo punto, era tutto un fiorire di matrimoni e bambini e suocere a cui lavare la schiena. Poi, a un certo punto, non c'era NY e c'era Parigi. Poi ci fu il film. E io ero lì a indicare col ditino i luoghi della Città. Pochi. C'è L.A., c'è il Messico. Poco City. Poco Sex, pure. Molti abiti da sposa. E bambini. Niente suocere però. Se a S&C togli un po' di Città e un bel po' di Sesso e aggiungi romanticume, abiti da sposa e maternità cosa resta? Resta Bridget Jones dopo una ferrea dieta e sfondata di soldi. Ecco cosa resta.

7- All'ultima inquadratura di Sex & the City ho mormorato al mio vicino di posto nonchè inquilino del piano qui sopra: "Casa". Chi avrebbe mai pensato, durante una delle peggiori estati della mia vita, mentre passavo le sere a disperarmi e a ingozzarmi di repliche di S&C su La7 e a scambiarmi sms con un'amica parlando alternativamente di a) se F., che mi aveva appena abbandonato, fosse più felice con quell'altro che con me e b) del perchè mai Carrie avesse deciso di buttar via Aiden che invece l'amava tanto (e, ovviamente, c) degli evidenti paralleli che potevano essere agilmente tracciati tra me e il povero Aiden) - chi avrebbe mai pensato che sul finire della primavera del 2008 avrei visto una ripresa dall'alto del Meatpacking District e avrei mormorato: "Casa"?

8- E in effetti ci sono certe domeniche mattina, sonnacchiose, in cui appena fuori dall'ombra gradevole di questa via, il sole è tutto dentro gli alberi di Abingdon Square. E ci sono i bambini nel giardinetto lì di fronte. E i taxi gialli a gruppi di quattro o cinque risalgono la Hudson, mentre gruppetti di turisti s'avviano verso Bleecker per far la fila fuori da Magnolia o scorrere le vetrine dei negozi fin dentro al cuore del Village e poi probabilmente giù a SoHo per lo shopping e i pittori di strada. Casa? Forse. Più delle Colonne di San Lorenzo e di Brera? Più del Tuscolano e di Piazza di Pietra? Più del mare su cui mi sono affacciato,
fino a undici anni, da quel balcone al settimo piano e che magari pensavo essere il confine di ogni mondo possibile? Forse.

9- Sto leggendo una biografia di Godard. Bella. L'ha scritta un tizio con una barba lunghissima. Si chiama Brody. Parla con una voce gentile e ha questa barba lunghissima che sembra scappato da una cellula maoista e invecchiato tanto e male durante la fuga. O forse i maoisti non avevano barbe così lunghe. Brody mi ha fatto la dedica sul libro. Mentre scriveva io pensavo a cosa scriverei io, su una copia della biografia di Godard che ho scritto, a uno sconosciuto che mi ha appena detto di chiamarsi Roberto.

10- Alla cena al Buddakan, in Sex and the City, c'è Bill, l'uomo che ha soffiato l'amata a Hank Moody. Dice due o tre cose e si attira l'antipatia di Samantha e Carrie.

11- Una tipa, dieci giorni fa, mi dice che a lei piace Sex & the City perchè è "real life". Sì, certo, real life per trentenni bianche, etero e ricche che vivono a Manhattan, dico io, puntando a svendermi subito come la fottuta coscienza critica del tavolo in quel ristorantino di Southhampton. E lei dice sì. Lo dice con il tono gentile di chi si accorge di star conversando con la più recente reincarnazione di Monsieur de Lapalisse. La sua vita reale, sì.

12- Ho sognato che stavo per perdere un aereo. Non so bene che aereo o per dove. So solo che sono in ritardo e so che devo sbrigarmi ma per qualche ragione non lo faccio. Al gate ci sono degli amici, ma ho come l'impressione che non debbano salire con me sull'aereo. Mi stanno accompagnando ma non credo che vengano con me fin sull'aereo. Un tizio della manutenzione mi dice che il gate non è quello giusto. Non so se è colpa del ritardo ma dobbiamo seguirlo lungo un aeroporto giallastro e deserto. Credo sia notte fonda. Non ricordo la fine.

13- Tribeca. Trentaduesimo piano di un condominio. Due del mattino. Ci sono io, un altro tizio, una messicana, una giapponese, una spagnola e una hondureña. Non è una barzelletta scema. Siamo tutti abbastanza ubriachi. La padrona di casa tira fuori una roba indigesta che dovrebbe essere una specie di mistura da usare per preparare un mojito. Poi tira fuori delle robe che sono a base di "synthetic pork" (sic). C'è un balconcino dove si può fumare. Si fa un gioco: ci si mette in cerchio e bisogna passare un cubetto di ghiaccio con la bocca al giocatore alla tua sinistra. Chi perde butta giù uno shot di pseudo-mojito indigesto. È tutto come nel 1993, a parte il mojito. Il gioco dura per parecchi giri. A un certo punto la padrona di casa, indispettita dagli sviluppi imprevedibilmente castigati della sua trovata, sostituisce il cubetto di ghiaccio con una "japanese peanut" (sic). La giapponese smentisce che quel tipo di nocciolina sia in qualche maniera riconducibile alla sua terra natìa. Nasce una breve discussione sull'attribuzione illegittima di nomi di cibo a paesi incolpevoli. La discussione naufraga rapidamente. Ci passiamo la nocciolina per un paio di giri. Poi torniamo ai cubetti di ghiaccio. A forma di stella, stavolta. Ho pure provato un paio di volte ad accorciare il cubetto di ghiaccio per rendere più interessante l'evoluzione delle dinamiche ludiche. Una di queste volte la tipa alla mia sinistra, che era la più ubriaca e tuttavia la più lucida, mi sgama: "you sucked it all, motherfucker". La discussione si focalizza quindi su tatuaggi, palestre, diete, etnologia spicciola, musica latina, cibo in scatola, quartieri di Manhattan. Faccio notare che il fatto che stiamo giocando, alla nostra età, a passarci dei cubetti di ghiaccio con la bocca, ubriachi alle tre del mattino, e la cosa non è ancora degenerata in un'orgia, è un sintomo assai infausto di uno Zeitgeist sempre più minaccioso. Mi danno ragione. Passiamo a parlare di Sex & the City.



trino | permalink | commenti (18) | commenti (18) (pop-up)
categoria: out of the blue


giovedì, 15 maggio 2008

la giornata dei posts sul weblog

(il weblog è un diario personale, parte X)

1- Ho abbandonato il blog a se stesso.

2- Sono tornato al blog con ben due post in un colpo solo.

3- Di cui uno è proprio questo.

4- Al Film Forum la retrospettiva Godard 60 è al clou. In fila dietro di me per poter vedere A bout de souffle su un vero schermo cinematografico, c'era una tipa che cerco di evitare da un po'. L'ho evitata.

5- Mio fratello, in visita da queste parti per due settimane, ha concluso "Qua sono tutti pazzi". Era un complimento.

6- In una bettola cubana di Miami Beach ho rubato dal piatto di un amico una specie di crocchetta di patata che, una volta aperta, sembrava invece una banana. Il gusto era un incrocio bizzarro ma buono. Come una patata molto dolce. Loro li chiamano platanos e in effetti sono, pare, banane.

7- Ho visto un mendicante con un cartello che diceva "Parents eaten by zombies. Need $5 for chains".

8- I milanesi ammazzano il sabato degli Afterhours è un disco vagamente incostante, irrisolto, qua e là migliore del precedente Ballate per piccole iene (per l'energico equilibrio tra rock e melodia, intimità e rabbia che riesce nei brani migliori) ma complessivamente incerto tra traballamenti contemplativi con poche idee dilungate (Dove si va da qui, la title-track), indie-rock à la Agnelli col pilota automatico (Tutto domani), poco credibili trovate neo-romantiche (Orchi e streghe sono soli), filastrocche pop-melodiche (i punti più bassi del disco: Riprendere Berlino e Tema:La mia città). Ritagliati due posti a parte per la bella e morbida serenata doc Musa di nessuno e per la maniera rock divertita di Tutti gli uomini del presidente, i pregi che riscattano l'album sono gli arrangiamenti sempre intelligenti anche nei momenti di noia (ce ne sono) e alcune vere e proprie gemme: la civetta e sfrontata Naufragio sull'isola del tesoro, l'ipnosi gigiona e il fremito sottopelle di Tarantella all'inazione (che contiene i versi migliori di tutto il disco: ma fra di noi c'è un segreto che non so | è la complicità nel volo | o la linea del tuo culo), e i due punti più alti dell'album: il grunge-metal indurito e possente di Pochi istanti nella lavatrice e la bellissima È solo febbre, puro sound Afterhours dei tempi gloriosi sparato in ghirigori psichedelici pietrificati. E io ho scritto più di 200 parole su questo disco senza usare la parola "figlia".

9- Mi sta cadendo la pelle della faccia a pezzi. Pezzi più o meno grandi che hanno colore e consistenza delle bucce di patata.

10- Gli americani sono un popolo disciplinato. La sera della vittoria dei Giants al Superbowl, a Times Square c'erano giusto due o tre auto che suonavano il clacson di tanto in tanto e qualche scemo con la maglia, due o tre misure più grande, del proprio eroe (e una cinquantina di agenti dell'NYPD che tenevano d'occhio la situazione). All'uscita dei concerti si forma sempre una ed una sola fila (al massimo due, tiè) lungo la quale l'intera massa (che se ne è stata bravina per tutta la durata dello spettacolo, peraltro) si snoda ordinata (le file sono come lo starbucks, il baseball, la coca e l'hot-dog: ipostasi onnipresente del volkgeist americano). E, infine, al concerto degli I'm from Barcelona (che, per chi non lo sapesse, è un coloratissimo pastrocchio di palloncini giganti, coriandoli, svitati senza funzione concreta che affollano il palco e canzonette gioiose), quasi nessuno osava ballare. (Io, che non ho avuto la fortuna di vedere dal vivo i Flaming Lips, mi sono parecchio divertito. Il più simpatico dei 29 componenti della band scandinava è il sosia di Fantoni dotato di ampio mantello da supereroe e dedito (per più di un terzo del concerto) a mimare i testi delle canzoni).

11- Non so perchè, ma per me il posto migliore per leggere i pezzi lunghi del New Yorker è l'aereo. Proprio dentro l'aereo. E i pezzi del New Yorker sono stupendi. Io vorrei che tutti comprassero, leggessero (sull'aereo e non) e gioissero del New Yorker. Il mese scorso sorridevo felice mentre leggevo questo pezzo fantastico sugli ascensori (qua c'è pure il video del povero Nicholas White, rinchiuso per 41 ore in un ascensore di Manhattan). Qualche giorno fa ho letto di un celebre cuoco, seguace della cosiddetta cucina molecolare, che lotta contro una cancro alla lingua. Del nerdissimo (e cinquantenne) fan di Harry Potter (padre dell'autorevole Harry Potter Lexicon) citato in giudizio dalla Rowling per violazione del diritto d'autore. Di una società di cervelloni la cui attività consiste nel tirare fuori idee, brevettarle e venderle.

12- I Fuck Buttons hanno fatto un bel disco (Street Horrrsing) e sanno fare dei live assai carucci. Più interessanti, però (anche se, come dire, meno completi e meno digeribili sulla lunga distanza), i Sightings che hanno aperto il loro show al Mercury Lounge, qualche giorno fa.

13- I No Age  hanno fatto un gran bel disco (Nouns, osannato dal sempre più fastidiosetto Pitchfork). Il loro garage-punk energico cova digressioni sperimentali che sparigliano lo scheletro delle canzoni verso derive tanto casuali quanto intriganti. Dal vivo lasciano esplodere la forza punkettona della loro musica mantenendo una posa bizzarra, che s'accorda al casino (con tanto di stage-diving e strumenti buttati via - v. supra) senza lasciare una certa glaciale lucidità da manipolatore post-qualcosa. Bello.

14- Al concerto dei No Age c'erano pure i due Fuck Buttons. Hung ha preso la mia stessa birra. Power invece no. Mio fratello mi ha convinto a farmi una foto prima con l'uno e poi con l'altro. Se l'è fatta pure lui.

15- Dovendo scegliere se aprire il post con una delle mie due foto con i Fuck Buttons o con il video di Everybody's Down dei No Age (realizzato anch'esso dal fratellino), ho scelto bene.

trino | permalink | commenti (11) | commenti (11) (pop-up)
categoria:


mercoledì, 14 maggio 2008

short cult #4: my way (sid vicious cover) di julien temple

(short cult torna con un finto short per ricordare con la performance di un finto musicista i dieci anni dalla morte di Frank Sinatra)

Rock'n'roll is the most brutal, ugly, desperate, vicious form of
expression it has been my misfortune to hear
Frank Sinatra, 1957

 

Scimmiottare il testo di My Way del mitico Sinatra è una cosa che prima o poi fanno tutti. Centinaia e centinaia di milioni di persone nel mondo hanno storpiato e improvvisato e reinvenventato il testo scritto da Paul Anka per concedersi il piacere di cantarlo sotto la doccia o in macchina, liberi da preoccupazioni filologiche. Il padre di un tizio che conoscevo diversi anni fa si esibiva persino in pubblico (gite in montagna, cene tra amici) in una entusiasmante versione del brano, con aplomb e ammiccamenti degni del vecchio Frank e un testo le cui uniche parole originali (e, a dirla tutta, le uniche parole inglesi e dotate di senso compiuto) erano "I did it my way". Io glie l'ho sentita cantare. Al microfono. In autobus.

La versione di Sid Vicious però, martire cazzone e profeta tossico del punk, finisce nella top ten UK, nel 1979. Frutto dei tentativi del (finto?) bassista dei Pistols di sperimentare una carriera solista, My Way è l'epitome perfetta di un'icona e di una (brevissima) epoca. Le parolacce, l'aria scazzata, la cantilena strascinata e stonata, l'affronto virale, iconoclasta e infantilmente improduttivo ai benpensanti benvestiti, l' allegria strafottente e disperata sul ciglio degli anni ottanta (riflesso grottesco, violento e imbarbarito dell'allegria strafottente, allucinata e disperata sul ciglio dei settanta cui Hunter S. Thompson dava forma nel bellissimo Fear and Loathing in Las Vegas), lo scandalo giocoso e (auto)distruttivo della pernacchia a una festa di gala. La consapevolezza del sipario che cala su una vita senza rimpianti, cantata da Sinatra con la posa supercool da bullo di classe, diventa col ventenne Vicious una corsa smadonnante verso una fine corteggiata con aria da sbruffone di serie C.

Frammento celebre (dunque tecnicamente non autonomo) dell'incasinato patchwork di Julien Temple dedicato alle uniche ed inimitabili incarnazioni del Punk in sembianze umane (The Great Rock'n'Roll Swindle del 1980), il siparietto annoiato, infertilmente ribelle e sanguinolento di Sid Vicious è apice e pietra tombale di un biennio cruciale per la storia del rock.

trino | permalink | commenti (2) | commenti (2) (pop-up)
categoria: short cult


mercoledì, 23 aprile 2008

ninna-a, ninna-o (questa bimba a chi la do?)

Esiste una manciata di trucchi un po' scontati, e noti a tutti, per rappresentare al cinema il travaglio della mente del protagonista che cerca di rimettere assieme i pezzi di un complicato enigma nonché l'epifania dell'agognata soluzione. Tra i primi spiccano: (1) Le Voci con Riverbero che Rimbombano nella Mente del Protagonista, sovrapponendo tre o quattro frasi chiave che sembrano nascondere più di quel che sembra a prima vista, ma cosa??; (2) Il Flashback Ossessivo, che mostra allo spettatore quel paio di scene che tormentano le giornate e le notti del protagonista, il quale continua ad esplorarle ancora e ancora sperando di decifrarne il mistero; (3) L'Oggetto Correlato, vale a dire l'indizio, la lettera, la cianfrusaglia, il ritaglio del giornale, la fotografia, o una qualsiasi altra cosina ricevuta anonimamente per posta o trovata per caso o raccolta sul luogo del delitto o appartenente al Padre Alcolista ma Saggio o simile altro materiale in qualche modo collegato al mistero e potenzialmente carico di suggestioni rivelatrici benchè ancora oscure; (4) L'Oggetto Scorrelato, noto anche come Jessica Fletcher's Magic Solution Trigger, vale a dire un avvenimento, un oggetto, una frase che apparentemente non ha un bel niente a che vedere con l'enigma ma che nella mente fervida ed intuitiva del protagonista fa scattare immediate e pindariche connessioni che si risolvono in decisioni rapide e fondamentali per la soluzione del caso sebbene sul momento del tutto incomprensibili per gli altri personaggi e per lo spettatore ("Amos, vieni con me!") (solitamente, con grande generosità, a tensione finita il protagonista spiega a tutti come l'Oggetto Scorrelato sia riuscito a rimettere insieme il puzzle nella sua prodigiosa testa da segugio).

Varie sono anche le trovate goffe e risapute che servono a far beneficiare il pubblico della Soluzione del Mistero. Tra queste vale la pena ricordare: (1) il Climax-Flashback col Botto (altresì noto coi nomi di Night Syamalan Showdown ovvero Cazzo Kaiser Soze è quello Zoppo del Cacchio che Sembrava un Idiota), in cui si ripercorrono una serie di scene o particolari già visti, in un crescendo di tensione accentuata dal montaggio e dalla colonna sonora incalzante (nonché, spesso, dalla voce over del protagonista che, dio mio, sta capendo tutto!), in un ordine che suggerisce già la soluzione dell'enigma, la quale viene appunto mostrata mediante la rivelazione di particolari, scene, punti di vista fino ad allora celati allo spettatore; (2) il Flashback di Conferma (noto anche come Didascalia A prova di Coglione), con cui - immediatamente dopo la Rivelazione della Soluzione - si offre allo spettatore la rivisitazione di alcune scene già viste, per ribadirne il nuovo senso derivante dalla risoluzione del mistero; una variante di quest'ultimo è (3) il Flashback con Bonus, nel quale alle solite immagine viste e riviste (solitamente mediante flashback di travaglio come ad es. il Flashback Ossessivo, v. supra), subito dopo la Rivelazione o una Semi-Rivelazione, si aggiungono pezzi fino ad allora non visti, dimenticati o rimossi, come il volto (fino ad allora in ombra) del pugnalatore, il nome (fino ad allora incomprensibile) pronunciato dalla vittima morente, il particolare rivelatore (molto utile in caso di traumi, amnesie, amnesie parziali, rimozioni dovuti ad infanzie difficili o violenze); (4) lo PseudoFlashback di Chiarimento e Riepilogo (noto anche come la Spiega Illustrata ovvero, se è accompagnato dalla voce over dello stesso Cattivo - il quale, in un impeto di generosa compassione, ci tiene a chiarire per benino come ha fatto a fare cosa e perchè - il Jessica Fletcher Showdown), in cui vediamo come sono andate le cose, in un miscuglio di scene già viste e, soprattutto, del non-visto che si andava per l'appunto cercando.

L'esordio alla regia di Ben Affleck, accolto bene dal pubblico e ottimamente dalla critica USA, pur mostrando grande prudenza e misura per buona parte della sua durata, finisce per ingarbugliarsi in molti dei trucchetti di cui sopra (Jessica Flecther Showdown incluso, per ben due volte, sebbene nel primo caso - con variante forse nota anche alla famosa scrittrice-investigatrice - sia ingannevole). Gone Baby Gone prova a fare del realismo asciutto e malinconico dei suburbs di Boston l'ambiente di coltura virile, doloroso e controllatissimo di taluni dilemmi sociali e morali, riuscendoci in parte. Presto l'ansia didascalica (che anche se non vuole offrirci soluzioni specifiche, tradisce l'ansia di voler a tutti i costi porre il problema e sottolinearne la complessità lancinante e demoralizzante) distorce in buona parte l'equilibrio del film. Il fratellino Casey bravo (come sapevamo) ma forse anche lui contagiato dall'approccio didattico-problematico in certe pose. Non certo un fallimento: anzi, motivo di interesse per il Ben Affleck regista, che ci fa nutrire qualche speranza per il futuro.

trino | permalink | commenti (5) | commenti (5) (pop-up)
categoria: inside


lunedì, 21 aprile 2008

la giornata della plastica nel deserto


(il weblog è un diario personale, parte IX)



1- Red dei Guillemots è brutto.

2- Ho fumato una sigaretta a Strawberry Fields, Central Park, guardando la gente che guardava i fiori a forma di simbolo della pace, per terra.

3- Sono stato a Las Vegas.

4- The Consolers of the Lonely dei Raconteurs è bello.

5- Nel 2001 presi il treno. Presi un lentissimo e malandato "espresso" che mi portò da Roma fino a Catania; poi lì con la macchina del fratello di un amico fino a casa. Per votare (a malincuore, si sa) Rutelli. Votai e dopo un giorno tornai a Roma, altre tredici ore infinite di treno, un paio di auto. Nel 2006 vivevo già a Milano, ma ero ancora residente a Roma. Ci sarebbe voluto poco, quella volta. Poche ore di Eurostar. Ma non ero motivato, nonostante mandassi via email a molti del materiale colorato che avrebbe dovuto illustrare le tante ottime ragioni per votare la Rosa nel Pugno. Stavolta mi dispiace.

6- Sono stato sul Grand Canyon. E pure dentro. Ho qualche problemino con le altezze, ma ho scoperto di non avere le idee chiare su quali siano le esperienze più critiche e quelle più semplici. Un Cessna da dieci posti è, a ben vedere, più complicato di un elicottero che sprofonda per un kilometro e mezzo in una immensa ferita di roccia. Una passerella di plexiglass trasparente con vista sulla vertigine, tuttavia, è ancora peggio.

7- Hercules and Love Affair è bello.

8- Ho fumato una pipetta sul tetto di un palazzo dell'Upper West Side mentre una tipa si faceva camminare sul braccio degli insetti a forma di rametti di un alberello, usando spesso la parola "interesting".

9- Fuerzabruta, performance di danza-teatro che sta avendo un discreto successo, non è nulla di che. Tre idee in croce somministrate per un'ora, qualche suggestione visiva arricchita da una sfilza di iperstimoli da discoclub techno che tradiscono la consapevolezza della pochezza del resto.

10- Ho cominciato a leggere Falling Man (L'uomo che cade), l'ultimo romanzo di Don DeLillo. Tre cose. DeLillo è uno dei più grandi, sia chiaro. Al punto dove sono, devo dire che è molto bello. E ciò è un'ottima cosa, visto che gli ultimi suoi due lavori (Body Art, fiacchetto e noiosetto e Cosmopolis che comunque aveva grandi cose dentro) erano (in confronto alle cose grandissime a cui ci aveva abituato) un pochino deludenti. Terza e ultima cosa: la recensione della Kakutani è il tipo di critica che NON VOGLIAMO. Critica cinematografica, letteraria, di qualsiasi tipo. "
Instead of capturing the impact of 9/11 on the country or New York or a spectrum of survivors or even a couple of interesting individuals, instead of illuminating the zeitgeist in which 9/11 occurred or the shell-shocked world it left in its wake, Mr. DeLillo leaves us with two paltry images: one of a performance artist re-enacting the fall of bodies from the burning World Trade Center, and one of a self-absorbed man, who came through the fire and ash of that day and decided to spend his foreseeable future playing stupid card games in the Nevada desert". Kakutani, dai, per favore, ma di che parli? Invece di questo, invece di quello? Volevi un altro libro? Recensisci il libro che hai davanti, ti prego, Kakutani. Perchè cacchio voi critici avete sta mania di confrontarvi con l'opera che voi volevate invece che con quella che vi è stata messa sulla vostra prestigiosa scrivania? Kakutani, ci hai stufato. Kakutani, Kakutani. Kakutani!

11- Mi sono svegliato e ho trovato un'ora di chat collettiva aperta sul mio laptop in cui si usava più volte la parola "readership".

12- Per i voyeur che mi ritrovo nella mia readership ho aggiunto delle finestrelle con cui potete farvi i fatti miei riguardo ai libri che leggo e che mi ricordo di caricare su quel coso che si chiama anobii (ma sappiate, cari voyeurs, che lo faccio solo di tanto in tanto) e la musica che ascolto dal laptop (che poi è la fonte minore di musica che arriva alle mie orecchie) e viene memorizzata da lastfm.

13- Kakutani.


trino | permalink | commenti (10) | commenti (10) (pop-up)
categoria: out of the blue


latest inside

Juno My
We Boarding
BeKindRewind Persepolis
ThereWillBeBlood NoCountryforOldMen

short cult!

#3: The Grandmother (David Lynch)
#2: Video Killed the Radio Star (Russell Mulcahy)
#1: Drugstore (Michel Gondry)

archivio

oggi
--- 2008 ---
--- 2007 ---

bottoni & co

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder