a lookey inside

il senso ottuso del mondo
giovedì, 15 maggio 2008

la giornata dei posts sul weblog

(il weblog è un diario personale, parte X)

1- Ho abbandonato il blog a se stesso.

2- Sono tornato al blog con ben due post in un colpo solo.

3- Di cui uno è proprio questo.

4- Al Film Forum la retrospettiva Godard 60 è al clou. In fila dietro di me per poter vedere A bout de souffle su un vero schermo cinematografico, c'era una tipa che cerco di evitare da un po'. L'ho evitata.

5- Mio fratello, in visita da queste parti per due settimane, ha concluso "Qua sono tutti pazzi". Era un complimento.

6- In una bettola cubana di Miami Beach ho rubato dal piatto di un amico una specie di crocchetta di patata che, una volta aperta, sembrava invece una banana. Il gusto era un incrocio bizzarro ma buono. Come una patata molto dolce. Loro li chiamano platanos e in effetti sono, pare, banane.

7- Ho visto un mendicante con un cartello che diceva "Parents eaten by zombies. Need $5 for chains".

8- I milanesi ammazzano il sabato degli Afterhours è un disco vagamente incostante, irrisolto, qua e là migliore del precedente Ballate per piccole iene (per l'energico equilibrio tra rock e melodia, intimità e rabbia che riesce nei brani migliori) ma complessivamente incerto tra traballamenti contemplativi con poche idee dilungate (Dove si va da qui, la title-track), indie-rock à la Agnelli col pilota automatico (Tutto domani), poco credibili trovate neo-romantiche (Orchi e streghe sono soli), filastrocche pop-melodiche (i punti più bassi del disco: Riprendere Berlino e Tema:La mia città). Ritagliati due posti a parte per la bella e morbida serenata doc Musa di nessuno e per la maniera rock divertita di Tutti gli uomini del presidente, i pregi che riscattano l'album sono gli arrangiamenti sempre intelligenti anche nei momenti di noia (ce ne sono) e alcune vere e proprie gemme: la civetta e sfrontata Naufragio sull'isola del tesoro, l'ipnosi gigiona e il fremito sottopelle di Tarantella all'inazione (che contiene i versi migliori di tutto il disco: ma fra di noi c'è un segreto che non so | è la complicità nel volo | o la linea del tuo culo), e i due punti più alti dell'album: il grunge-metal indurito e possente di Pochi istanti nella lavatrice e la bellissima È solo febbre, puro sound Afterhours dei tempi gloriosi sparato in ghirigori psichedelici pietrificati. E io ho scritto più di 200 parole su questo disco senza usare la parola "figlia".

9- Mi sta cadendo la pelle della faccia a pezzi. Pezzi più o meno grandi che hanno colore e consistenza delle bucce di patata.

10- Gli americani sono un popolo disciplinato. La sera della vittoria dei Giants al Superbowl, a Times Square c'erano giusto due o tre auto che suonavano il clacson di tanto in tanto e qualche scemo con la maglia, due o tre misure più grande, del proprio eroe (e una cinquantina di agenti dell'NYPD che tenevano d'occhio la situazione). All'uscita dei concerti si forma sempre una ed una sola fila (al massimo due, tiè) lungo la quale l'intera massa (che se ne è stata bravina per tutta la durata dello spettacolo, peraltro) si snoda ordinata (le file sono come lo starbucks, il baseball, la coca e l'hot-dog: ipostasi onnipresente del volkgeist americano). E, infine, al concerto degli I'm from Barcelona (che, per chi non lo sapesse, è un coloratissimo pastrocchio di palloncini giganti, coriandoli, svitati senza funzione concreta che affollano il palco e canzonette gioiose), quasi nessuno osava ballare. (Io, che non ho avuto la fortuna di vedere dal vivo i Flaming Lips, mi sono parecchio divertito. Il più simpatico dei 29 componenti della band scandinava è il sosia di Fantoni dotato di ampio mantello da supereroe e dedito (per più di un terzo del concerto) a mimare i testi delle canzoni).

11- Non so perchè, ma per me il posto migliore per leggere i pezzi lunghi del New Yorker è l'aereo. Proprio dentro l'aereo. E i pezzi del New Yorker sono stupendi. Io vorrei che tutti comprassero, leggessero (sull'aereo e non) e gioissero del New Yorker. Il mese scorso sorridevo felice mentre leggevo questo pezzo fantastico sugli ascensori (qua c'è pure il video del povero Nicholas White, rinchiuso per 41 ore in un ascensore di Manhattan). Qualche giorno fa ho letto di un celebre cuoco, seguace della cosiddetta cucina molecolare, che lotta contro una cancro alla lingua. Del nerdissimo (e cinquantenne) fan di Harry Potter (padre dell'autorevole Harry Potter Lexicon) citato in giudizio dalla Rowling per violazione del diritto d'autore. Di una società di cervelloni la cui attività consiste nel tirare fuori idee, brevettarle e venderle.

12- I Fuck Buttons hanno fatto un bel disco (Street Horrrsing) e sanno fare dei live assai carucci. Più interessanti, però (anche se, come dire, meno completi e meno digeribili sulla lunga distanza), i Sightings che hanno aperto il loro show al Mercury Lounge, qualche giorno fa.

13- I No Age  hanno fatto un gran bel disco (Nouns, osannato dal sempre più fastidiosetto Pitchfork). Il loro garage-punk energico cova digressioni sperimentali che sparigliano lo scheletro delle canzoni verso derive tanto casuali quanto intriganti. Dal vivo lasciano esplodere la forza punkettona della loro musica mantenendo una posa bizzarra, che s'accorda al casino (con tanto di stage-diving e strumenti buttati via - v. supra) senza lasciare una certa glaciale lucidità da manipolatore post-qualcosa. Bello.

14- Al concerto dei No Age c'erano pure i due Fuck Buttons. Hung ha preso la mia stessa birra. Power invece no. Mio fratello mi ha convinto a farmi una foto prima con l'uno e poi con l'altro. Se l'è fatta pure lui.

15- Dovendo scegliere se aprire il post con una delle mie due foto con i Fuck Buttons o con il video di Everybody's Down dei No Age (realizzato anch'esso dal fratellino), ho scelto bene.

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mercoledì, 14 maggio 2008

short cult #4: my way (sid vicious cover) di julien temple

(short cult torna con un finto short per ricordare con la performance di un finto musicista i dieci anni dalla morte di Frank Sinatra)

Rock'n'roll is the most brutal, ugly, desperate, vicious form of
expression it has been my misfortune to hear
Frank Sinatra, 1957

 

Scimmiottare il testo di My Way del mitico Sinatra è una cosa che prima o poi fanno tutti. Centinaia e centinaia di milioni di persone nel mondo hanno storpiato e improvvisato e reinvenventato il testo scritto da Paul Anka per concedersi il piacere di cantarlo sotto la doccia o in macchina, liberi da preoccupazioni filologiche. Il padre di un tizio che conoscevo diversi anni fa si esibiva persino in pubblico (gite in montagna, cene tra amici) in una entusiasmante versione del brano, con aplomb e ammiccamenti degni del vecchio Frank e un testo le cui uniche parole originali (e, a dirla tutta, le uniche parole inglesi e dotate di senso compiuto) erano "I did it my way". Io glie l'ho sentita cantare. Al microfono. In autobus.

La versione di Sid Vicious però, martire cazzone e profeta tossico del punk, finisce nella top ten UK, nel 1979. Frutto dei tentativi del (finto?) bassista dei Pistols di sperimentare una carriera solista, My Way è l'epitome perfetta di un'icona e di una (brevissima) epoca. Le parolacce, l'aria scazzata, la cantilena strascinata e stonata, l'affronto virale, iconoclasta e infantilmente improduttivo ai benpensanti benvestiti, l' allegria strafottente e disperata sul ciglio degli anni ottanta (riflesso grottesco, violento e imbarbarito dell'allegria strafottente, allucinata e disperata sul ciglio dei settanta cui Hunter S. Thompson dava forma nel bellissimo Fear and Loathing in Las Vegas), lo scandalo giocoso e (auto)distruttivo della pernacchia a una festa di gala. La consapevolezza del sipario che cala su una vita senza rimpianti, cantata da Sinatra con la posa supercool da bullo di classe, diventa col ventenne Vicious una corsa smadonnante verso una fine corteggiata con aria da sbruffone di serie C.

Frammento celebre (dunque tecnicamente non autonomo) dell'incasinato patchwork di Julien Temple dedicato alle uniche ed inimitabili incarnazioni del Punk in sembianze umane (The Great Rock'n'Roll Swindle del 1980), il siparietto annoiato, infertilmente ribelle e sanguinolento di Sid Vicious è apice e pietra tombale di un biennio cruciale per la storia del rock.

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mercoledì, 23 aprile 2008

ninna-a, ninna-o (questa bimba a chi la do?)

Esiste una manciata di trucchi un po' scontati, e noti a tutti, per rappresentare al cinema il travaglio della mente del protagonista che cerca di rimettere assieme i pezzi di un complicato enigma nonché l'epifania dell'agognata soluzione. Tra i primi spiccano: (1) Le Voci con Riverbero che Rimbombano nella Mente del Protagonista, sovrapponendo tre o quattro frasi chiave che sembrano nascondere più di quel che sembra a prima vista, ma cosa??; (2) Il Flashback Ossessivo, che mostra allo spettatore quel paio di scene che tormentano le giornate e le notti del protagonista, il quale continua ad esplorarle ancora e ancora sperando di decifrarne il mistero; (3) L'Oggetto Correlato, vale a dire l'indizio, la lettera, la cianfrusaglia, il ritaglio del giornale, la fotografia, o una qualsiasi altra cosina ricevuta anonimamente per posta o trovata per caso o raccolta sul luogo del delitto o appartenente al Padre Alcolista ma Saggio o simile altro materiale in qualche modo collegato al mistero e potenzialmente carico di suggestioni rivelatrici benchè ancora oscure; (4) L'Oggetto Scorrelato, noto anche come Jessica Fletcher's Magic Solution Trigger, vale a dire un avvenimento, un oggetto, una frase che apparentemente non ha un bel niente a che vedere con l'enigma ma che nella mente fervida ed intuitiva del protagonista fa scattare immediate e pindariche connessioni che si risolvono in decisioni rapide e fondamentali per la soluzione del caso sebbene sul momento del tutto incomprensibili per gli altri personaggi e per lo spettatore ("Amos, vieni con me!") (solitamente, con grande generosità, a tensione finita il protagonista spiega a tutti come l'Oggetto Scorrelato sia riuscito a rimettere insieme il puzzle nella sua prodigiosa testa da segugio).

Varie sono anche le trovate goffe e risapute che servono a far beneficiare il pubblico della Soluzione del Mistero. Tra queste vale la pena ricordare: (1) il Climax-Flashback col Botto (altresì noto coi nomi di Night Syamalan Showdown ovvero Cazzo Kaiser Soze è quello Zoppo del Cacchio che Sembrava un Idiota), in cui si ripercorrono una serie di scene o particolari già visti, in un crescendo di tensione accentuata dal montaggio e dalla colonna sonora incalzante (nonché, spesso, dalla voce over del protagonista che, dio mio, sta capendo tutto!), in un ordine che suggerisce già la soluzione dell'enigma, la quale viene appunto mostrata mediante la rivelazione di particolari, scene, punti di vista fino ad allora celati allo spettatore; (2) il Flashback di Conferma (noto anche come Didascalia A prova di Coglione), con cui - immediatamente dopo la Rivelazione della Soluzione - si offre allo spettatore la rivisitazione di alcune scene già viste, per ribadirne il nuovo senso derivante dalla risoluzione del mistero; una variante di quest'ultimo è (3) il Flashback con Bonus, nel quale alle solite immagine viste e riviste (solitamente mediante flashback di travaglio come ad es. il Flashback Ossessivo, v. supra), subito dopo la Rivelazione o una Semi-Rivelazione, si aggiungono pezzi fino ad allora non visti, dimenticati o rimossi, come il volto (fino ad allora in ombra) del pugnalatore, il nome (fino ad allora incomprensibile) pronunciato dalla vittima morente, il particolare rivelatore (molto utile in caso di traumi, amnesie, amnesie parziali, rimozioni dovuti ad infanzie difficili o violenze); (4) lo PseudoFlashback di Chiarimento e Riepilogo (noto anche come la Spiega Illustrata ovvero, se è accompagnato dalla voce over dello stesso Cattivo - il quale, in un impeto di generosa compassione, ci tiene a chiarire per benino come ha fatto a fare cosa e perchè - il Jessica Fletcher Showdown), in cui vediamo come sono andate le cose, in un miscuglio di scene già viste e, soprattutto, del non-visto che si andava per l'appunto cercando.

L'esordio alla regia di Ben Affleck, accolto bene dal pubblico e ottimamente dalla critica USA, pur mostrando grande prudenza e misura per buona parte della sua durata, finisce per ingarbugliarsi in molti dei trucchetti di cui sopra (Jessica Flecther Showdown incluso, per ben due volte, sebbene nel primo caso - con variante forse nota anche alla famosa scrittrice-investigatrice - sia ingannevole). Gone Baby Gone prova a fare del realismo asciutto e malinconico dei suburbs di Boston l'ambiente di coltura virile, doloroso e controllatissimo di taluni dilemmi sociali e morali, riuscendoci in parte. Presto l'ansia didascalica (che anche se non vuole offrirci soluzioni specifiche, tradisce l'ansia di voler a tutti i costi porre il problema e sottolinearne la complessità lancinante e demoralizzante) distorce in buona parte l'equilibrio del film. Il fratellino Casey bravo (come sapevamo) ma forse anche lui contagiato dall'approccio didattico-problematico in certe pose. Non certo un fallimento: anzi, motivo di interesse per il Ben Affleck regista, che ci fa nutrire qualche speranza per il futuro.

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lunedì, 21 aprile 2008

la giornata della plastica nel deserto


(il weblog è un diario personale, parte IX)



1- Red dei Guillemots è brutto.

2- Ho fumato una sigaretta a Strawberry Fields, Central Park, guardando la gente che guardava i fiori a forma di simbolo della pace, per terra.

3- Sono stato a Las Vegas.

4- The Consolers of the Lonely dei Raconteurs è bello.

5- Nel 2001 presi il treno. Presi un lentissimo e malandato "espresso" che mi portò da Roma fino a Catania; poi lì con la macchina del fratello di un amico fino a casa. Per votare (a malincuore, si sa) Rutelli. Votai e dopo un giorno tornai a Roma, altre tredici ore infinite di treno, un paio di auto. Nel 2006 vivevo già a Milano, ma ero ancora residente a Roma. Ci sarebbe voluto poco, quella volta. Poche ore di Eurostar. Ma non ero motivato, nonostante mandassi via email a molti del materiale colorato che avrebbe dovuto illustrare le tante ottime ragioni per votare la Rosa nel Pugno. Stavolta mi dispiace.

6- Sono stato sul Grand Canyon. E pure dentro. Ho qualche problemino con le altezze, ma ho scoperto di non avere le idee chiare su quali siano le esperienze più critiche e quelle più semplici. Un Cessna da dieci posti è, a ben vedere, più complicato di un elicottero che sprofonda per un kilometro e mezzo in una immensa ferita di roccia. Una passerella di plexiglass trasparente con vista sulla vertigine, tuttavia, è ancora peggio.

7- Hercules and Love Affair è bello.

8- Ho fumato una pipetta sul tetto di un palazzo dell'Upper West Side mentre una tipa si faceva camminare sul braccio degli insetti a forma di rametti di un alberello, usando spesso la parola "interesting".

9- Fuerzabruta, performance di danza-teatro che sta avendo un discreto successo, non è nulla di che. Tre idee in croce somministrate per un'ora, qualche suggestione visiva arricchita da una sfilza di iperstimoli da discoclub techno che tradiscono la consapevolezza della pochezza del resto.

10- Ho cominciato a leggere Falling Man (L'uomo che cade), l'ultimo romanzo di Don DeLillo. Tre cose. DeLillo è uno dei più grandi, sia chiaro. Al punto dove sono, devo dire che è molto bello. E ciò è un'ottima cosa, visto che gli ultimi suoi due lavori (Body Art, fiacchetto e noiosetto e Cosmopolis che comunque aveva grandi cose dentro) erano (in confronto alle cose grandissime a cui ci aveva abituato) un pochino deludenti. Terza e ultima cosa: la recensione della Kakutani è il tipo di critica che NON VOGLIAMO. Critica cinematografica, letteraria, di qualsiasi tipo. "
Instead of capturing the impact of 9/11 on the country or New York or a spectrum of survivors or even a couple of interesting individuals, instead of illuminating the zeitgeist in which 9/11 occurred or the shell-shocked world it left in its wake, Mr. DeLillo leaves us with two paltry images: one of a performance artist re-enacting the fall of bodies from the burning World Trade Center, and one of a self-absorbed man, who came through the fire and ash of that day and decided to spend his foreseeable future playing stupid card games in the Nevada desert". Kakutani, dai, per favore, ma di che parli? Invece di questo, invece di quello? Volevi un altro libro? Recensisci il libro che hai davanti, ti prego, Kakutani. Perchè cacchio voi critici avete sta mania di confrontarvi con l'opera che voi volevate invece che con quella che vi è stata messa sulla vostra prestigiosa scrivania? Kakutani, ci hai stufato. Kakutani, Kakutani. Kakutani!

11- Mi sono svegliato e ho trovato un'ora di chat collettiva aperta sul mio laptop in cui si usava più volte la parola "readership".

12- Per i voyeur che mi ritrovo nella mia readership ho aggiunto delle finestrelle con cui potete farvi i fatti miei riguardo ai libri che leggo e che mi ricordo di caricare su quel coso che si chiama anobii (ma sappiate, cari voyeurs, che lo faccio solo di tanto in tanto) e la musica che ascolto dal laptop (che poi è la fonte minore di musica che arriva alle mie orecchie) e viene memorizzata da lastfm.

13- Kakutani.


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giovedì, 17 aprile 2008

la rivincita dei nerd

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Chiunque abbia frequentato, anche solo occasionalmente, il rispettabilissimo sottogenere hollywoodiano dei gambling movies sa bene che il trucco ingegnoso è innesco drammatico assai più efficace della suspense del gioco in sé. Sia capolavori del genere (come La stangata di George Roy Hill, con la trovata delle corse dei cavalli "in differita" - o Il colore dei soldi di Scorsese, che insegna a mostrarsi imbranati per ripulire il malcapitato), sia meri inserti occasionali in pellicole di altro taglio e tematica (si pensi alla celebre sequenza del black jack in Rain Man di Barry Levinson) vincono attenzione e attese dello spettatore con l’attuazione di congegni ingannevoli capaci di far arricchire al gioco. Il trucco può andare dalla mera simulazione tattica alla vera e propria truffa in grande stile, ma il sogno proibito delle masse resta quello di vincere contro il banco, sbancare il casinò di lusso, battere Las Vegas.

(continua qui. enjoy the black jack fever)

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giovedì, 10 aprile 2008

my blueberry fuffa

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La (breve) stroncatura ufficiale. Oh. Qui, al secondo commento.

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lunedì, 07 aprile 2008

asia vep

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Cinema come musica. Come gioco e come piacere. Il penultimo lavoro di Olivier Assayas, Boarding Gate (in poche sale USA in questi giorni; il suo ultimo film, Le heure d'été, è uscito in Francia il mese scorso) declina con ludica e morbida leggerezza il paradigma cine(ma)tico del Nostro: movimento statico, sintassi come ritmo, esperienza come curiosità che rivendica a sé tutto il tempo e l'incoerenza necessari per saziare l'occhio. Sottovalutato dalla critica d'ogni dove, Boarding Gate srotola con amore le forme di un noir-thriller sexy col forte retrogusto da B-movie; poi, piuttosto che tentare di rimetterle insieme, le esplora con movenze piene, ellittiche, dissipatrici. L'esperienza dei fatti sembra assaporare se stessa; poi si scolla per sbalzi poco credibili che non intendono giustificarne il progresso. A dar ragione della materia narrativa (che, come sempre in Assayas, s'irrigidisce e diviene oggetto di scoperta scopofila) è l'atto stesso del suo porsi sotto lo sguardo musicale della straordinaria camera del Regista. Corpi, movimento e tangibili ma incomprensibili moventi dietro i corpi che si muovono. Cinema come fisicità e come curiosità. Centro di ogni movimento è il corpo di Asia Argento, che fa un'icona vividissima di se stessa, diventando alfa ed omega della pellicola, personaggio inintellegibile eppure perfettamente empatico, capace di evoluzioni sconclusionate, traballamenti, pose che corteggiano il cliché da exploitation, energia centripeta fuori fuoco. Asia come oggetto di desiderio eccentrico che deforma lo spazio filmico. Asia come Maggie Cheung per il regista René Vidal in Irma Vep: un pretesto (ma la parola non rende la complessità dell'intento) per riappropriarsi del piacere dell'esperienza filmica come esperienza fisica. 

Boarding Gate riassume alcune figure e tematiche dell'autore: le superfici scivolose del multilinguismo e della globalizzazione approcciate con l'armamentario (ma non il progetto) del corporate-thriller (come già nel più astratto demonlover); il viaggio-fuga come movimento falso, come conato (motivo di sicuro minore ma che non sembra essere affatto sottolineato dai commentatori della filmografia di Assayas e che ci sembra invece prepotente già nel bellissimo L'eau froide, ma anche ne Le destinées sentimentales e in Clean); la colonna sonora plastica, cassa di risonanza e avatar dell'azione scenica (qui Eno e Fripp su tutti). Un Assayas forse minore, ma indelebilmente bello.      

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sabato, 05 aprile 2008

la giornata dell'infanzia

(il weblog è un diario personale, parte VIII)


1- Scarlett Johansson che non sa cantare.

2- Il dj del 205 che mette un remix di Blind bruttino (ma è pur sempre la prima volta che sento Blind in pista e Blind spacca).

3- Brigitte Bardot appoggiata al muro del bagno che dice le parolacce.

4- Ellen Burstyn impasticcata che vuole andare in televisione.

5- La prima de La Foresta Pietrificata, messa in scena dalla filodrammatica Compagnia dell'Alloro, che fa schifo.

6- Lui che dice: va avanti, va avanti, guarda se verserò una sola lacrima di dolore.

7- Psychocandy.

8- Le milanesi che, dice quell'altro, sono le peggiori subito dopo le parigine.

9- Le bambine che si travestono da ragazze mature, ma dura poco.

10- Quello che ha la febbre a 40.

11- I Radiohead che lanciano un concorso per l'uscita del nuovo singolo, la bellissima Nude. Io che ho persino comprato gli "stems" per tentare il mio remix, ma non sono in grado di fare nulla di decente.

12- L'anagramma del mio nome, col giochino linkato da Kekkoz, che fa "Rotto Traballerai".

13- Quella che dice: io amo farmi fotografare.

14- Il prezzo del biglietto per Miami che, cazzo, in 2 giorni è aumentato di 180 dollari.

15- L'angolo tra Bleecker e Decima, che è sempre ottimista.

16- La primavera che forse si decide ad arrivare.

17- L'aria nuova.



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giovedì, 03 aprile 2008

la notte non ci appartiene

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Con fermo pudore, Gray riparte dal dramma asciutto della narrazione. E lì finisce. We own the night costringe lo spettatore dentro i confini invalicabili del testo, del genere (un poliziesco amaro, antiutilitaristico, desolato e umanistico), della tragedia - così come i legami familiari e sociali forzano i personaggi del film dentro le traiettorie irredimibili di una fato granitico, sporco. Il cinema di genere si riappropria di se stesso, ricentrandosi dentro le forme definite e tuttavia eticamente inutilizzabili ed assurde di uomini predestinati travestiti da personaggi tragici e complessi. Azzerato ogni discorso critico che provi a svincolarsi dalla centralità (anzi, dalla esaustività) della narrazione. Che è tutta fatta di travaglio e tensione acutissima per scelte inevitabili, di terrore per un fato ineluttabile, di dolore per una devastazione morale già compiuta. Intere sequenze da studiare, uomini che sono il centro di gravità dello sfacelo, corpo a corpo estremo tra spettatore e film. Splendido.

(Vorrei essere in grado di dire di meglio, ma questo film ci costringe a ripulire il vocabolario, a tornare al piano di sotto, a scendere dentro il film. Questa la sua grandezza. Spero di riuscire a dire qualcosa di più sereno tra qualche giorno)

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mercoledì, 02 aprile 2008

short cult #3: the grandmother di david lynch (1970)
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Un bambino vestito di tutto punto è prigioniero di una famiglia soffocante, violenta, animalesca. Nato per sbaglio da un atto bestiale, maltrattato, disprezzato. Guidato da un richiamo segreto che sa di libertà, trova dei semi misteriosi, che decide di piantare e far crescere. A sbucare dal tronco umido e fangoso di questa pianta fiabesca, nata in soffitta da quei semi, è una nonna comprensiva e accogliente. Il verso monotono e brutale che costituisce l'intero linguaggio oppressivo del padre e della madre è sostituito da parole sussurrate con dolcezza (ma che ci sono sin da subito negate). L'orrore quotidiano trova sollievo tra le braccia della Nonna. Ma la redenzione è breve: la nonna, presa da un malore, muore. E il bambino vestito di tutto punto torna solo.

Capolavoro d'indescrivibile potenza, terzo cortometraggio di David Lynch realizzato con tecnica mista (inserti animati scandiscono il tempo dell'opera) e finanziato dall'American Film Institute, The Grandmother è il prematuro manifesto del cinema del Maestro, sette anni prima di Eraserhead. Un cinema del profondo espresso in forme estreme ed incondizionate, suoni e visioni che si riappopriano con forza impressionante della loro centralità significante. Un incubo feroce che nega ogni credibile consolazione alla solitudine.
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lunedì, 31 marzo 2008

la giornata della cecità oceanica


(il weblog è un diario personale, parte VII)

Che bestie, questi intellettuali!
M.me de Merteuil al Visconte de Valmont


Ero colei che aveva l'universo nelle sue mani e ho deciso che morisse,
eppure volevo che vivesse, non capisco cosa sia successo.
Amélie Nothomb, Biografia della fame




1- Ho attraversato l'oceano.

2- Ho attraversato l'oceano e sono tornato indietro.

3- Third dei Portishead è bello. Ma completamente inutile.

4- L'attesa del vicino di posto su un volo di nove ore è un rituale che esige il massimo raccoglimento.

5- Sono troppo vecchio per i Nada Surf e per il loro Lucky.

6- La mia geografia estremamente precaria è continuamente erosa da associazioni dolorose. I luoghi si mischiano inesorabilmente alle ferite della perdita e della separazione. I luoghi stessi si perdono. Il mappamondo è rosicchiato e bisogna ripiegare da qualche altra parte, finchè ce n'è. La maggior parte di Roma, per qualche strana ragione, nonostante ci abbia vissuto per quasi otto anni, era ancora intatta sinora. Ora si sgretolano pezzi del centro, come se n'erano sgretolati altri in periferia, anni fa, e come si erano sgretolate le vie di Vienna, Treviso, Venezia o persino di posti mai davvero visitati come Stoccarda o il Cile. Si sgretolano pezzi della capitale: via Giolitti, sempre più brutta, vicino a quella palestra dove qualche anno fa provavo a resistere per venti minuti sul tapis roulant prima di accendermi una sigaretta premio; via del Corso, una panchina di fronte all'Hotel Plaza; via Margutta; Campo de' Fiori (chi l'avrebbe mai pensato? Campo de' Fiori!); e, soprattutto, Largo Argentina. Quel Largo Argentina dove ci si dava appuntamento con chiunque - mille volte attraversato, da ubriaco soprattutto, alla ricerca di un taxi o di un bus. Largo Argentina della Feltrinelli; del Ghetto; della fermata del bus per andare un po' ovunque. Largo Argentina indecifrabile, una notte di dicembre di un paio d'anni fa. Largo Argentina rosicchiato - disintegrato. Non bisognerebbe consentire a nessuno di appropriarsi dell'anima di un luogo.

7- Sullo scomodissimo volo Eurofly in partenza da Fiumicino alle 17.50, qualcuno aveva staccato via il telecomando dal mio bracciolo. Si tratta di danno irreparabile: non si può scegliere il film, non si può regolare il volume, non si può accendere la luce per leggere. Ho ascoltato Unknown Pleasures e Still dei Joy Division. Ho ascoltato Pornography e Disintegration dei Cure.

8- Falling off the Lavender Bridge di Lightspeed Champion è un album caruccio ma non entusiasmante.

9- Ho una lista di cose da fare che mi aspetta. Tra queste: Haneke, Haneke, Haneke, Haneke.

10- La mia vicina di posto è nata a Salerno ma vive e lavora alle Bahamas.

11- In fondo ero un tuo organo vitale. O mi ricordo male?

12- Voglio andare al mare.

13- Oggi, mentre concedevo per l'ennesima volta le mie impronte digitali al Governo Federale, tale John Vanderslice suonava al Mercury Lounge, NYC. Il 16 gennaio scorso ricevevo per email (la prima di tante email e di tanto altro) un pezzo di questo tizio, Promising Actress, ispirato all'immenso Mulholland Drive di Lynch. Le cose cominciano, le cose finiscono.
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venerdì, 28 marzo 2008

revolutionary road
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Per quanto la grazia del disegno e la verve di alcune trovate e la simpatia dei personaggi (su tutti, ovviamente, la nonna) riescano a mimetizzare abbastanza la fragilità dell'insieme, Persepolis non trova la sua vocazione. Troppo liquido e superficiale per essere vero romanzo di formazione; troppo poco deciso per essere fulminante affresco del mondo cogli occhi di una bambina; troppo ideologicamente generico per essere opera politica; troppo sfrangiato e spalmato su episodi per essere commedia dal ritmo avvincente e dal piglio satirico. Tolto l'interesse esotico (e passeggero) per l'idea dell' "Iran visto da una ragazzina" e il bel bianco e nero della Satrapi, il resto è tanto grazioso quanto obliterabile con somma disinvoltura.
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mercoledì, 19 marzo 2008

short cult #2: video killed the radio star di russell mulcahy

Il primo di agosto del 1981 cominciavano gli anni ottanta. Pochi minuti dopo mezzanotte, negli Stati Uniti, iniziava a trasmettere MTV. Con quella formidabile autoironia deflagrante e profetica che ha fatto di MTV - allora come oggi - l'avanguardia della pop culture globale (nel senso più autentico del termine, nel bene e nel male), il primo video mandato in onda è un hit dei Buggles che parla di come il progresso tecnologico distrugga immaginari e vite reali ancorati a dispositivi obsoleti; di come i neonati videoclips distruggano i miti della radio. Video killed the radio star. E con un formidabile senso della letteralità, la neonata tv musicale ingurgita la malinconia espressa dal pezzo in un gioco di specchi ironici e metaironici che la svuota di ogni possibile anima, se non quella del gioco di specchi medesimo.

Il video - vero e proprio sigillo inaugurale di tutta un'epoca - è diretto da Russell Mulcahy, prolifica celebrità della prima ricca stagione della storia dei videoclip, che avrebbe anche firmato (almeno) altri tre cruciali manufatti visivi degli Ottanta più sinceramente pop: il video di Wild Boys dei Duran Duran, quello di True degli Spandau Ballet ed il mitologico Highlander con Christopher Lambert e OST dei Queen.

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categoria: short cult


mercoledì, 12 marzo 2008

la giornata delle batterie scariche

(il weblog è un diario personale, parte VI)

1- Oggi c'è una bellissima luce.

2- Sono le quattro e mezza del mattino. Dormo. Una voce di donna mi sveglia di colpo. Voce metallica. Quasi salto dal letto. Mi guardo intorno assonnato. Controllo l'ora sul telefonino. Quattro e mezza del mattino. Richiudo gli occhi. Trenta secondi dopo, di nuovo. Metallica e forte. Mi si ficca dentro il sonno e mi fa di nuovo saltare dal letto. Sembra che dica "long gallery", ma non ne sono sicuro. Penso a skype lasciato acceso, ma chi ha risposto alla chiamata? Guardo la tv, è spenta. Di nuovo: long gallery o forse low gallery. Sembra venire dall'armadio. Provo a girarmi dall'altro lato, ma la voce torna. Mi alzo, vado in soggiorno, guardingo. In attesa di scovare la voce. Ho quell'impressione, tipica dei sogni, che se sono troppo concentrato per stanarla, la voce non si ripresenterà. Ma invece si ripresenta. Prima un beep poi low battery. Forse. Viene dal cosino attaccato al soffitto. Il cazzo di allarme antincendio o antigas.

3- La mia amica J. riparte per il Sudan. La raggiungo a SoHo per un saluto. La batteria del mio telefono muore appena fuori dalla metro tra Lafayette e Broadway. Prendo Broadway verso Prince, sperando di incontrarla comunque, casualmente, malgrado le batterie morte.

4- Bachelite degli Offlaga è un disco degli Offlaga. Una specie di prolungamento naturale (ma appena più stanco) di Socialismo Tascabile. Qualcosa di meglio e qualcosa di peggio, la cantilena ironica del recitativo, il piccolo mondo antico e comunista dei bei tempi passati. Piacevole, ma un po' ripiegato su se stesso.

5- Ho percorso l'8th Avenue da Abingdon Square alla Quattordicesima al rallentatore. Passetto dopo passetto coi muscoli doloranti. Passetto dopo passetto.

6- Sono stato al concerto degli Hives. Lui è un egomaniaco. È per questo che vorrei essere una rockstar. Per poter essere serenamente un egomaniaco ed essere in pace col mondo.

7- Plan Your Escape dei Girls in Hawaii è un grande disco. Per prima me lo nomina un'amica (e fidata lettrice); poi - entusiasta - un amico (che mi legge poco e niente). Lui l'ha scaricato sul mulo. Me lo passa via skype. Ecco. Un disco a tratti geniale. Minimalista. Verso la fine, però, qualcosa non mi convince. Su Vitaminic si può ascoltare in streaming. Controllo. Il disco che stiamo ascoltando è un fake. I primi 30 secondi di ogni pezzo ripetuti in loop per tutta la durata della canzone originale. Il disco originale è un gran bel disco, ma il disco fake era meglio.

8- Sono stato al concerto dei Justice. Un tizio dalla faccia insospettabile fumava erba di ottima qualità. Una tipetta ha chiamato la sicurezza. Ma nessuno ha capito chi era che inebriava quell'aria techno di fragrantissimi profumi verdi.

9- Mi chiama Na'him, personal trainer del New York Sport Club dove mi sono appena iscritto. Ho questa lezione gratuita e ne approfitto. Na'him è un uomo crudele. Compila il modulo, annoiato a morte: non faccio palestra da un anno, fumo, bevo, mi piacciono i Radiohead. Mi sottopone a una serie di pratiche sadiche. Non si cura neppure di celare il suo totale disprezzo nei miei confronti.

10- Due ragazzine si avvicinano a me e al mio amico. Ci chiedono se possiamo comprare due birre per loro. Non hanno ventun'anni. Mi sembra di esserci nato e cresciuto, in questo Paese.

11-  Giglio di Tricarico è un disco caruccio con diverse cose buone e alcune molto buone. Vita Tranquilla è un gran pezzo, superiore a tutti i singoli pezzi del disco dei Baustelle. Oh.

12- Al P.S. 1 Contemporary Art Center c'è questa mostra sull'arte femminista. Ci vado, coi muscoli tutti doloranti per colpa di Na'him. Sono già in ritardo come al solito. Ho appuntamento con la mia amica S. alla stazione della metro E tra 50esima e Ottava. Il treno non ferma: lavori in corso. Scendo alla 59esima e faccio nove lunghissimi isolati al rallentatore. Lei, intanto, aveva visto che la stazione era chiusa. Non ha il cellulare. Torna a casa per chiamarmi. Io arrivo sulla 50esima. S. mi chiama. Mi raggiunge. Andiamo a prendere la linea V sulla 6th Avenue. Arriviamo a mezzora dalla chiusura. Mi prendo un Americano al bar del P.S. 1. Non vedo la mostra.  

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lunedì, 10 marzo 2008

short cult #1: drugstore di m. gondry (1994)

(si inaugura oggi una nuova rubrichetta dal titolo didascalico. short cult raccoglierà piccoli tributi trasognati a mitici cortometraggi, video musicali e spot tv. enjoy)

Il bianco e nero rovinato e la vertiginosa soggettiva dell'incipit suggeriscono la sostanza profondamente onirica di questi mitologici novanta secondi. Un incubo, in verità. Andiamo a comprare i preservativi. Signore perbene ci lanciano delle occhiatacce. Il farmacista, invece, ammicca. A sera, andiamo a prendere la tipa a casa. Ci apre la porta il padre. È il farmacista. Proprio lui. E si ricorda di noi.

Stiloso e virtuoso, Drugstore - così pare - è lo spot tv più premiato della storia. L'espressione della faccia del farmacista-padre che chiude questo piccolo gioiellino è nella memoria di tutti. Il pezzo techno che accompagna le immagini mute è Novelty Waves di Biosphere. Primo di una serie di commercials zeppi di idee diretti da Gondry per la Levi's, Drugstore resta una delle pietre miliari della storia degli spot. E un piccolo indimenticabile cult nella produzione del regista francese. Qui  e qui altri due celebri spot di Gondry per Levi's. Qui, lo speciale su Gondry de Gli Spietati (con ampio spazio ai video musicali e ai commercials). Qui il dvd edito da Emi con i videoclip girati dal Nostro.

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categoria: short cult


venerdì, 07 marzo 2008

la sostenibile leggerezza dell'indie

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Che poi, alla fine, ognuno si identifica coi personaggi che si merita. Io faccio trent'anni nel 2009 e mi ricordo Jason Bateman bamboccio nella Casa nella Prateria quando io ero bamboccio e me lo ricordo ragazzetto nella Famiglia Hogan quando io ero ragazzetto. Sì, ok, Jason Bateman nel 2009 ne fa quaranta, di anni. Ma quando uno come Jason Bateman, che in tv era bamboccio quando io ero bamboccio ed era ragazzetto quando io ero ragazzetto, si ritrova una moglie ansiogena con questo cazzo di pallino del figlio a tutti i costi, del figlio di un'altra poi, del figlio della tua ragazza ideale - Ellen Page: come fai a non innamorarti follemente di una che si fa trovare davanti casa tua su una poltrona con una vecchia pipa in bocca? - del figlio di una che invece di avere questo pallino della maternità e della famiglia e della maturità, che invece di ricordarti ogni cinque minuti che stai diventando un adulto e invecchierai e morirai, suona con te la chitarra! e ci puoi scambiare i cd! e vedere filmacci slasher sul divano! Insomma, quando uno come Jason Bateman, che esattamente come me vorrebbe fare la rockstar ma a differenza di me sa effettivamente suonare qualche strumento, si ritrova una moglie ansiogena adulta e una irresistibile ragazzina di sedici anni (che poi in realtà ne ha 21, dai, è pure legale) che muove poltrone da un isolato all'altro per farcisi trovare seduta mentre fuma una pipa, beh, è il segno che hanno fottuto anche me. Ci hanno davvero preso tutto.

Juno è l'archetipo della commedia indie di ottima fattura, ottimo tempo di cottura, matematico equilibrio degli ingredienti, rispetto dei tempi drammatici, sceneggiatura argutissima zeppa di dialoghi fantastici che impongono quella sottospecie di sospensione dell'incredulità per cui devi far finta di non sapere che quelle battute a raffica  - che arrivano esatte come una ghigliottina ben oleata esattamente mezzo secondo dopo la battuta dell'altro personaggio  - devi averle in repertorio da anni oppure hai un team di creativi di 46 persone collega